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Errori

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“L’unica cosa che impariamo dai nostri errori è che continueremo a ripeterli”

Phillips, 2010

Curare

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“Nulla esiste che non possa essere curato con le parole”

ANTIFONTE

Psicologo in farmacia

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Benvenuti cosa pensate dello psicologo in farmacia? Vi sembra una buona possibilità oppure no?

Se avete voglia lasciate la vostra opinione.

Grazie

Aggiungo un articolo per dare qualche informazione in più.

 

foto seminario

LO PSICOLOGO IN FARMACIA 

“UN SERVIZIO PER IL BEN-ESSERE PSICOLOGICO”

L’iniziativa “Lo Psicologo in Farmacia”, già sperimentata con successo in numerose città italiane, Milano, Roma, Torino, Bologna, Varese ed altre, nasce dalla sinergia della professionalità di Farmacisti e Psicologi e dalle associazioni di categoria alle quali fanno riferimento, l’Ordine del Farmacisti e l’Ordine degli Psicologi, ma anche con le Istituzioni territoriali, come Federfarma, i Comuni, le ASL, etc.

Con la Legge n. 69 del 18 Giugno  2009 e successivo Decreto Legislativo n. 153 del 3 Ottobre 2009, il Presidente della Repubblica emana alcune disposizioni legislative in materia di nuovi compiti e servizi assistenziali erogati dalle farmacie pubbliche e private nel rispetto di quanto previsti dai Piani socio – sanitari regionali e previa adesione del titolare della Farmacia.

Tali disposizioni legislative hanno permesso alla Farmacia di affermarsi  come presidio sanitario sempre più capace di cogliere e intercettare le esigenze del Territorio e allo Psicologo professionista di legittimare la sua presenza all’interno del sistema della salute e del benessere territoriale.

Il progetto “Lo Psicologo in Farmacia” si struttura in un Servizio che si svolge all’interno degli spazi della farmacia, contesto facilmente accessibile e familiare e si rivolge ai cittadini maggiorenni che possono usufruire di una consulenza psicologica (non psicoterapeutica) gratuita, fornita da uno Psicologo il quale accoglierà e analizzerà la domanda portata dalle persone che esprimono un disagio psicologico e procederà  con il supporto, l’orientamento e le informazioni utili alla gestione della specifica richiesta.

Tale Servizio può essere definito come un’opportunità per intercettare, in un’ottica di prevenzione psicologica, i bisogni inespressi da parte delle persone che esprimono un disagio psicologico e usufruire, nel rispetto della riservatezza e della privacy, di un professionista, lo Psicologo, preparato al primo ascolto e alla valutazione dei disagi che possono essere portati in consulenza, come disturbi d’ansia, depressivi, psicosomatici, problematiche relazionali familiari e di coppia, situazioni di stress correlate a particolari eventi della vita (lavoro, nascita di un figlio, separazioni, lutto, malattie organiche croniche), etc. aiutando la persona ad attivare, dove possibile, le proprie risorse, oppure individuando nel caso in cui sia necessario, le strutture pubbliche e/o private presenti sul Territorio che possano offrire una presa in carico, ovvero un percorso di sostegno psicologico idoneo.

In conclusione, il Servizio “Lo Psicologo in Farmacia” può essere funzionale  ad intercettare i bisogni non espressi da parte dei cittadini, di tutte le fasce di reddito, che esprimono un disagio psicologico, rilevando la specificità della domanda in relazione al contesto territoriale di appartenenza, di alleggerire le richieste in ambito psicologico che pervengono al Sistema Sanitario pubblico arricchendo la rete di servizi presenti sul Territorio ed infine nella diffusione e promozione della cultura del benessere psicologico, finalizzata a migliorare la qualità della vita dell’individuo e della collettività.

sintomi

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. i pazienti si lamentano dei sintomi ma li amano più di tutto e non li vogliono lasciare…
Bruno De Halleux

Cambiare modo di vedere le cose

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Il modo in cui definiamo il problema condiziona la scelta della soluzione o spiega le difficoltà che incontriamo nel trovarne una davvero efficace.

Ma questa definizione del problema deriva in larga misura dal modo in cui pensiamo e percepiamo le difficoltà,che,come abbiamo visto è il prodotto della nostra educazione,delle nostre esperienze di vita e delle nostre convinzioni.

Pertanto,se già la nostra visione del problema e limitante,non è affatto sorprendente che essa limiti la nostra capacità di risolverlo.

Per ovviare a ciò,possiamo cambiare prospettiva o cambiare il modo in cui guardiamo la nostra situazione.

 

Martin

Aldo Carotenuto

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«Molte volte nell’esperienza analitica,

 

specialmente nei primi incontri,

 

la domanda che l’analista

 

si pone è: “Questa persona è stata

 

mai abbracciata?”»

 

Sentirsi depressi

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Attualmente la depressione è considerata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità la seconda causa di disabilità nel panorama delle malattie fisiche e psicologiche. Si stima che nel mondo circa 340 milioni di persone soffrano di depressione. La fascia di età più colpita è quella compresa tra 30 e 49 anni. Il disturbo depressivo è circa due volte più frequente tra le donne.

Nel corso degli ultimi anni la prevalenza della depressione è aumentata costantemente e nello stesso tempo l’età di insorgenza è diminuita. I più recenti dati ci raccontano una crescente e necessaria attenzione nei confronti delle malattie psichiatriche.

La Fondazione BRF Onlus – Istituto per la ricerca scientifica in psichiatria e neuroscienze si occupa da anni di sviluppare ricerche indipendenti e promuovere divulgazione scientifica e formazione per medici e nello specifico psichiatri.

“Sentirsi depressi – spiega la Prof.ssa Donatella Marazziti, responsabile ricerche della Fondazione BRF – significa vedere il mondo attraverso degli occhiali con le lenti scure: tutto sembra più opaco e difficile da affrontare, anche alzarsi dal letto al mattino o fare una doccia. Molte persone depresse hanno la sensazione che gli altri non possano comprendere il proprio stato d’animo e che siano inutilmente ottimisti.

I sintomi della depressione più comuni sono la perdita di energie, senso di fatica, difficoltà nella concentrazione e nella memoria, agitazione motoria e nervosismo, perdita o aumento di peso, disturbi del sonno (insonnia o ipersonnia), mancanza di desiderio sessuale e dolori fisici. Le emozioni tipiche sperimentate da chi è soffre di disturbo depressivo sono la tristezza, l’angoscia, disperazione, insoddisfazione, senso di impotenza, perdita della speranza, senso di vuoto. I sintomi cognitivi sono la difficoltà nel prendere decisioni e nel risolvere i problemi, la ruminazione mentale (restare a pensare al proprio malessere e alle possibili ragioni), autocritica e autosvalutazione, pensiero catastrofico e pensiero pessimista.

I comportamenti che contraddistinguono la persona depressa sono l’isolamento sociale, i comportamenti passivi, frequenti lamentele, la riduzione dell’attività sessuale e i tentativi di suicidio.

La depressione può presentarsi come un singolo evento nella vita dell’individuo o come condizione ricorrente, oppure far parte del disturbo bipolare, con vari sottotipi più o meno gravi, in cui episodi depressivi si succedono ad altri di polarità opposta.

L’impatto sociale dei disturbo dell’umore è enorme, in termini sia di qualità della vita e adattamento sociale di chi ne è affetto che di costi per al società”.

Introduzione alla Psicanalisi 1915

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 “Le emozioni represse non muoiono mai. Vengono sepolte vive e in futuro usciranno nel peggiore dei modi.”

La società ci ha insegnato a sopprimere le emozioni, catalogandone alcune come inadeguate e altre come un segno di debolezza. Tuttavia, nascondere e reprimere le emozioni equivale a non accettarle e quindi queste rimangono nell’inconscio e causano dei danni. Quando finalmente tornano alla luce, possono causare un vero e proprio terremoto emotivo.

 

“La tradizione è una scusa per le menti pigre che si rifiutano di adattarsi al cambiamento.”

Le tradizioni ci danno un illusorio senso di sicurezza, sono qualcosa di familiare che conferisce un ordine logico al nostro mondo. Pertanto è comprensibile che l’idea di abbandonarle ci terrorizzi, soprattutto se il futuro è incerto. Tuttavia, è solo abbracciando l’incertezza e mettendo in discussione le tradizioni che possiamo andare avanti. Se ci aggrappiamo al passato, ci anchilosiamo e moriamo un poco alla volta ogni giorno, perché il mondo è in continua evoluzione.

La possibilità di dare un senso ai sintomi nevrotici mediante l’interpretazione analitica è una prova irrefutabile dell’esistenza – o, se preferite, della necessità dell’ipotesi – dei processi psichici inconsci.

 

Dipendenza affettiva

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Descrizione della Dipendenza Affettiva

Avere legami forti ed esserne condizionati è una cosa normale.

Diventa problematica quando ci si dedica completamente a un’altra persona rinunciando ai propri bisogni, facendo sacrifici pur di accontentarla, fino a ridurre le proprie attività e i propri interessi.

come uscire dalla dipendenza affettiva

Se l’altra persona assorbe tutto il nostro tempo, fino a diventare un’ossessione che condiziona comportamento e pensieri, si tratta di una Dipendenza Affettiva – o Love Addiction – e ha caratteristiche simili a qualsiasi altra dipendenza. Il bisogno di stare con lei è sempre più forte (tolleranza), non si riesce a farne a meno (assuefazione), in sua assenza ci si sente smarriti, persi, impauriti (astinenza), non si riesce a immaginare la propria vita senza l’altro.

In questa situazione, non si riesce a fare un progetto in autonomia, a trascorrere del tempo con se stessi e frequentare altre persone. La paura del distacco e di essere abbandonati è tale da spingere a sopportare situazioni anche molto spiacevoli, a diventare gelosi, possessivi, controllare l’altro oppure a fargli continue richieste di rassicurazione, dimostrazioni d’affetto, senza però riuscire a sentirsi veramente corrisposti. La relazione che si crea non è equilibrata, manca reciprocità e crea grande sofferenza.

Dati statistici sulla Dipendenza Affettiva

La Dipendenza Affettiva riguarda soprattutto le donne tra i 20 e i 50 anni, ed è anche chiamata “Sindrome delle donne che amano troppo”.

Dipendenza Affettiva: le cause

Sulle cause sono state forumale alcune ipotesi. Secondo alcune teorie potrebbe derivare da conflitti psicologici e fattori ambientali o sociali, bisogni rimasti insoddisfatti o traumi subiti durante l’infanzia, come ad esempio la perdita di una persona cara, o da un Disturbo di Ansia da Separazione comparso in età infantile o giovanile.

Dipendenza Affettiva: i sintomi

Si manifesta con i sintomi tipici della dipendenza: tolleranza, assuefazione e astinenza rispetto a un’altra persona, che viene idealizzata e diventa indispensabile per la propria auto-realizzazione e il proprio benessere, inoltre possono essere presenti:

  • mancanza di autonomia;
  • riduzione di interessi e vita sociale;
  • rinuncia ai propri spazi, bisogni e desideri;
  • atteggiamento servizievole, tollerante e sottomesso;
  • difficoltà a manifestare disaccordo e i propri sentimenti;
  • possessività, grande gelosia, controllo dell’altra persona;
  • sentimenti di rabbia, paura dell’abbandono e sensi di colpa;
  • perdita di lucidità e difficoltà a controllare i propri atteggiamenti;
  • ansia, angoscia, senso di vuoto, depressione e smarrimento all’idea del distacco.

Freud

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1. “Sono stato un uomo fortunato, niente nella vita mi è stato facile.”

Solo nelle avversità possiamo crescere. Sono i problemi a stimolarci facendoci mettere mano alle nostre risorse e trovare la grinta necessaria per fare un passo avanti e uscire dalla nostra zona di comfort. Comprendere le avversità come una sfida ci permette di metterci alla prova e sviluppare il nostro pieno potenziale. In realtà, se c’è qualcosa che caratterizza le persone resilienti è che assumono le difficoltà come delle opportunità per imparare e crescere

2. “Le emozioni represse non muoiono mai. Vengono sepolte vive e in futuro usciranno nel peggiore dei modi.”

La società ci ha insegnato a sopprimere le emozioni, catalogandone alcune come inadeguate e altre come un segno di debolezza. Tuttavia, nascondere e reprimere le emozioni equivale a non accettarle e quindi queste rimangono nell’inconscio e causano dei danni. Quando finalmente tornano alla luce, possono causare un vero e proprio terremoto emotivo.

3. “La tradizione è una scusa per le menti pigre che si rifiutano di adattarsi al cambiamento.”

Le tradizioni ci danno un illusorio senso di sicurezza, sono qualcosa di familiare che conferisce un ordine logico al nostro mondo. Pertanto è comprensibile che l’idea di abbandonarle ci terrorizzi, soprattutto se il futuro è incerto. Tuttavia, è solo abbracciando l’incertezza e mettendo in discussione le tradizioni che possiamo andare avanti. Se ci aggrappiamo al passato, ci anchilosiamo e moriamo un poco alla volta ogni giorno, perché il mondo è in continua evoluzione.

Psicoterapia online

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Questo è il servizio per chi cerca una risposta ai propri problemi e che preferisce una terapia o un sostegno online piuttosto che in studio.

  1. Le nuove tecnologie consentono di incontrare le persone che soffrono di disagi psicologici anzichè in studio direttamente in videoconferenza. Vengono garantite le stesse regole che si applicano nel classico contesto di studio: riservatezza e massimo rispetto per la persona.
  2. Per fissare una consultazione online è sufficiente contattarmi o usando l’apposito modulo o al mio cellulare 3475033016 o al mio contatto skype (Papato10) in modo da fissare un video-incontro su skype in orario e data da concordare insieme
  3. Ogni seduta dura 45 minuti e costa 75 euro . Verrà emessa regolare fattura al termine di ogni incontro.
  4. La modalità di pagamento privilegiata è il sistema paypal; in alternativa bonifico on line.
  5. Il trattamento dei dati sarà effettuato secondo modalità sia manuali, sia informatiche e, in ogni caso, idonee a proteggerne la riservatezza, nel rispetto delle norme vigenti e del segreto professionale.
  6. Il conferimento dei dati è facoltativo, anche se l’eventuale mancato conferimento potrebbe comportare la mancata o parziale esecuzione del contratto
  7. In ogni momento l’interessato potrà esercitare i propri diritti nei confronti del titolare del trattamento, ai sensi dell’art.7 del D.lgs.196/2003

Decalogo dello Psicologo

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Psicologia Clinica, Psichiatria e Psicoterapia

  1. Deve saper venire incontro al “non-voler-sapere” del suo paziente, tenendo conto che a suo tempo quello stesso non voler sapere lo riguardò personalmente.
  2. Deve saper tacere e all’occorrenza parlare per spiegare.
  3. Sa tollerare la menzogna momentanea che il paziente si ripete, leggendovi il desiderio inconscio sottostante.
  4. Essendo esposto alla commozione, deve avere un atteggiamento di empatia, senza mai operare con imperturbabilità, distacco, freddezza, masenza perdere il suo stesso equilibrio.
  5. Deve possedere una profondità di sguardo, una naturale sagacia unita ad una passione per l’ottimismo tale da poterla coltivare nell’altro, contagiandolo incondizionatamente.
  6. E’ consapevole della fragilità umana, della propria caducità e insufficienza, ma sa valorizzare le potenzialità dell’altro, sottraendosi però a un rovinoso senso di superiorità.
  7. Conosce se stesso e considera la propria personalità come fattore curativo.
  8. Sa che ciò che un uomo può fare o essere per un altro uomo, non si esaurisce in forme comprensibili né standardizzabili o uguali per tutti, poiché ogni caso è unico.
  9. Si ispira a poeti e saggi di tutte le culture e di tutti i tempi.
  10. Sa che il fattore curativo per eccellenza è l’amore in senso lato, come atteggiamento dell’anima che ci rende vulnerabili e totalmente esposti alla vita, che accade come conseguenza di una rottura del guscio narcisistico, in un movimento di apertura, disvelamento e accoglimento della molteplicità presente in noi stessi, di quell’altro che non sapevamo di essere perché oltre il nostro io limitato e angusto.

Con il contributo di Roberto Ruga

L’importanza del non rimuovere nulla, del rimanere integri nella tensione degli opposti

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Nel bellissimo libro-commento all’antico testo cinese “Il segreto del fiore d’oro”, Jung ci riporta uno stralcio di una commovente lettera inviatagli da una sua paziente sull’importanza dell’accettazione.


«Recentemente ho ricevuto una lettera da una mia antica paziente, la quale descrive con parole semplici ma appropriate la trasformazione necessaria:

Dal male ho ricavato molto bene. Il mantenere la calma, il non rimuovere nulla, il rimanere vigile e insieme l’accettazione della realtàprendendo le cose come sono e non come avrei voluto che fossero – mi hanno portato conoscenze singolari ma anche singolari energie, quali prima non avrei potuto immaginare.

Ho sempre pensato che se non si accettano le cose, esse in un modo e nell’altro ci sopraffanno; ora invece non è più così, e solo accettandole è possibile prendere posizione di fronte a esse.

Anch’io voglio partecipare al gioco della vita nell’accettare ciò che di volta in volta mi offrono i giorni e la vita, bene e male, sole e ombra che costantemente si alternano, e così accetto anche la mia natura, con i suoi lati positivi e negativi, e tutto si ravviva.

Com’ero pazza, io che volevo forzare ogni cosa ad adattarsi al mio volere!”»

(C.G.Jung – Commento all’antico testo cinese “Il segreto del Fiore d’Oro”, Bollati Boringhieri, p.68)

«Se semplicemente si riuscisse a lasciar andare le cose, ci si accorgerebbe che il male si esaurisce, e si afferma il bene.»

(Jung)

Il compito dello psicoterapeuta

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“Il compito dello psicoterapeuta, contrariamente ad un diffuso malinteso, non è affatto quello di «trovare» cos’è che non va nel paziente per poi poterglielo «dire». Altri glielo «avevano già detto» per tutta la sua vita e, nella misura in cui ha accettato le parole altrui, egli stesso «se lo diceva». […]

Il lavoro dello psicoterapeuta non consiste nemmeno nell’imparare delle cose riguardo al paziente per poi insegnargliele, bensì insegnare al paziente come imparare ciò che concerne se stesso.

Questo significa che il paziente deve diventare direttamente consapevole di come realmente funzioni in quanto organismo vivente; e questo avviene sulla base di esperienze concrete e non verbali”.

Fritz Perls

Ippoterapia

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Può succedere in ambito psicoterapico, che si cerchi “il nuovo”, dimenticando che esistono interventi vecchi quanto l’uomo ma che solo pochi hanno analizzato scientificamente per proporli nei tempi moderni a beneficio di molti, bisognosi di un supporto psicologico.

Il mestiere dello psicoterapeuta, deve prevedere saggiamente, per ogni suo paziente, tecniche diverse per momenti diversi in un processo al centro del quale c’è un essere umano sofferente da aiutare.

Il gioco del cavallo a dondolo riflette il sapore antico del rapporto tra cavallo e uomo, scandito dal ritmo rassicurante del dondolio che lo accompagna dal grembo materno alla culla fino alla sedia a dondolo.

Sentirsi in sintonia con un cavallo apre ad una gamma di complesse esperienze relazionali di grande rilievo psicologico (utilizzabili dallo psicoterapeuta). Al cavallo si devono impartire dei comandi per decidere le andature, dunque lo si porta ma si è anche portati: si è cullati e al tempo stesso trasportati dal suo ritmo. Ciò è frutto di una relazione, somigliante a quella che si instaura tra esseri umani, che offre un campo di infinite esplorazioni, proiezioni, simulazioni, in virtù delle quali si sviluppa un processo terapeutico nel quale il cavallo è l’alterità grazie alla quale articolare la propria identità. Esso non rappresenta di per sé un valore salvifico ma è l’instaurarsi della comunicazione e della relazione affettiva che risultano curativi.

Abbandonarsi ad un dorso che accoglie con calore, con una ritmicità costante, significa instaurare un gioco dialettico con cui si attivano funzioni già sperimentate nell’infanzia attraverso il linguaggio corporeo che rende consapevoli sentimenti positivi e vitali. Le dinamiche che si instaurano nella relazione tra soggetto-oggetto (in ippoterapia uomo/cavallo), sappiamo da Jung essere alla base del fluire dell’energia psichica, che regola il contrasto tra funzioni opposte (processi pulsionali/sentimentali) convogliandole verso l’azione. Il grande, caldo e dondolante corpo del cavallo, in terapia, è dunque un contenitore di pulsioni, in cui due diversità diventano armonia. La mediazione di questo rapporto si attua grazie al terapista (ippoterapeuta) scaturendo in una dinamica triangolare grazie alla quale l’equitazione diventa terapia e la terapia equitazione.

Ecco che l’utilizzo del cavallo, oltre che in ambito sportivo e ricreativo, trova applicazione nel contesto terapeutico e riabilitativo: uno psicologo e psicoterapeuta non può trascurare di indagare su qualsiasi cosa aiuti un essere umano nel “difficile mestiere di vivere!

Se il malessere che vive l’uomo moderno può esser dovuto ad un porsi in modo errato con l’ambiente mettendosi con esso in contrapposizione, risulta interessante tentare di utilizzare metodiche terapeutiche che favoriscono la ricongiunzione delle due realtà, uomo e natura.

Ci sono molti sostegni ambientali che si usano spontaneamente ma inconsapevolmente per lenire solitudine, sofferenza e angoscia. La ricerca di uno spazio verde, ampio e silenzioso o l’accoglienza di un animale (pet) da accudire nella routine della vita quotidiana, costituiscono ad esempio piaceri che abbassano il livello dei disagi.

Ecco che anche il maneggio, la scuderia, il centro equestre, risultano setting operativi privilegiati, spazi facilitanti di ascolto e socializzazione per il paziente e di osservazione per l’operatore; il paziente viene infatti osservato in una situazione in cui si sente libero e quindi se ne può cogliere in modo più autentico manifestazioni che in altri ambienti medicalizzati sarebbero condizionati ed inibiti.

La pratica dell’IPPOTERAPIA, cioè l’equitazione come mezzo terapeutico, grazie agli innumerevoli stimoli positivi che apporta, permette in modo graduale di entrare in relazione con un altro essere vivente, l’ambiente circostante e le persone che lo frequentano. Le fasi, che hanno tempi variabili e livelli di autonomia del soggetto sempre diversi, si articolano più o meno così:

  • Governo della mano, con cui si effettuano azioni finalizzate alla pulizia ed alla cura del cavallo

  • Bardatura, cioè la vestizione dell’animale con sella, redini etc

  • Conduzione del cavallo nel campo di lavoro e salita in sella

  • Attività a cavallo e con il cavallo anche portato alla lunghina

  • Discesa, uscita dal campo, dissellaggio e ricompensa al cavallo con cibo e coccole.

Con la terapia coadiuvata dall’animale, i pazienti si trovano a lavorare in un contesto dove non sono costretti a fare nulla, quindi, tutto quello che producono è frutto di uno sforzo nato dalla motivazione indotta dalla vicinanza con l’animale, che, oltre ad essere empatico, non valuta e non giudica.

L’offerta di un vitale ed inedito rapporto centrato sul fare e sullo stare insieme, offre una gamma complessa di esperienze relazionali di grande valenza anche psicosociale. Riabilitare in quest’ottica significa mettere il paziente nella condizione di scegliere lo stile della propria vita, convivendo magari con i propri sintomi ma procedendo comunque verso una vita socialmente attiva (si minimizzano gli effetti della disabilità e si massimizzano le potenzialità nascoste).

L’ippoterapia ha trovato facile spazio nel bisogno del malato di uscire dalla dimensione dell’ ”eterno assistito”, emarginato in luoghi di cura chiusi e sterili; in ogni caso comunque, i cavalli ed altri animali, non sono da considerare sostitutivi delle altre terapie bensì valori aggiunti, strumenti facilitatori che favoriscono l’espansione delle interazioni positive al di fuori di quelle nell’ospedale o negli studi medici.

La presenza degli animali risulta positiva per il morale, riduce il livello di ansia, dona la sensazione di sentirsi utili, spazza via la solitudine attraverso i seguenti meccanismi:

  • Gli animali offrono amore incondizionato

  • Forniscono una sicurezza tattile

  • Non giudicano

  • Stimolano la tendenza umana ad offrire protezione

Ecco perché perché possono trarne giovamento coloro che sono affetti da:

  • Depressione

  • Stati di solitudine, isolamento

  • Bassa auto considerazione

E’ stato dimostrato che le persone depresse manifestano un attaccamento all’animale a cui si affezionano particolarmente forte (Mc Culloch, 1981) tanto che nella depressione associata a disturbi fisici cronici, quali diabete, insufficienza cardiaca, gastriti, si è constatato che il legame instaurato con l’animale influisce al miglioramento anche della malattia fisica. Accarezzare un manto caldo e morbido induce ad un effetto calmante e quindi ad una riduzione della pressione arteriosa; ciò è vantaggioso per chi soffre di ipertensione e disturbi coronarici ma anche a ridurre lo stato di ansia in soggetti che hanno difficoltà a rilassarsi.

Introdurre un programma di Ippoterapia in un approccio multidisciplinare può essere una forma sia di prevenzione che di cura delle sofferenze psichiche. Uscire dalla solitudine, creare un’immagine positiva di sé, sentirsi amati ed utili, sono passi importanti che con l’affiancamento di un animale possono riuscire più semplici ed edificanti.

GF.