Il cervello dei depressi non stacca mai la spina

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Niente pause e stand-by per chi è depresso. Il cervello non riesce mai a staccare la spina e a entrare in una fase di riposo e calma interiore. Ricercatori viennesi hanno scoperto perché questo accade: è un difetto nel meccanismo di distribuzione della serotonina a mettere i bastoni tra le ruote.
Chi soffre di depressione e ansia è vittima di uno stato continuo di tensione. Lo studio, pubblicato su Pnas (Proceedings of the National Academy of Sciences) ha svelato questo ulteriore segreto del cervello umano: quando non c’è niente da fare, e in condizioni normali, si attiva quello che viene definito “default mode network”, una complessa interazione tra reti neurali che corrisponde alla fase di “stand by” di computer ed elettrodomestici. Questo meccanismo consente il rilassamento interiore e apre la strada alla divagazione e ai sogni a occhi aperti, gli stessi “sintomi” di uno studente che guarda fuori dalla finestra. Per chi è affetto da sindrome depressive e ansiose questo “blocco delle attività” nervose non arriva mai: colpa a quanto pare, secondo quanto scoperto dai ricercatori dell’Università di Vienna guidati da Siegfred Kasper, di un difetto del recettore 1 A della serotonina, l’ormone del buon umore. L’obiettivo del recettore è quello di spegnere l’interruttore dell’attività cerebrale principale, consentendo al cervello di entrare in una fase di quiete produttiva, utile probabilmente a conservare le energie cerebrali e a ripulire i collegamenti nervosi da un eccesso di comunicazioni. O almeno è quanto sperano adesso di ricostruire i ricercatori, che in questo modo auspicano di trovare soluzioni terapeutiche efficaci per chi soffre di depressione.
di Cosimo Colasanto (02/03/2012)

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Depressione: 6 sintomi insospettabili

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Cado in depressione. Sono depresso. Questa cosa mi deprime. Chissà quante volte, durante la giornata, ci capita di usare espressioni come queste… Nella stragrande maggioranza dei casi, lo facciamo a sproposito. La parola depressione, infatti, ha tante facce: può descrivere malesseri più o meno lievi, ma anche situazioni diverse come affaticamento, stress o tristezza legata magari a un fatto spiacevole. La depressione vera e propria, il disturbo mentale che secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, entro il 2020, diventerà la seconda causa di invalidità nei Paesi occidentali dopo le malattie cardiovascolari, è qualcosa di ben preciso.

La depressione ha 4 volti

Secondo il professor Nicola Lalli, psichiatra e psicoterapeuta, già professore associato di Psichiatria e Psicoterapia presso l’Università “La Sapienza” di Roma, esistono quattro tipi diversi di depressione.

La depressione reattiva, causata da eventi traumatici: perdite affettive, difficoltà economiche e sul lavoro.

La depressione nevrotica, dovuta al carattere che rende alcune persone ipersensibili a stress e frustrazioni: chi ne soffre tende a colpevolizzare gli altri.

La depressione maggiore o endogena, in cui l’individuo di solito si colpevolizza.

La depressione mascherata, difficile da diagnosticare perché si manifesta con malesseri fisici vari.

I sintomi inequivocabili della depressione

La depressione, in tutti i suoi volti possibili, ha una serie di sintomi inequivocabili.

Ecco i principali, secondo gli esperti della Mayo Clinic, una delle più prestigiose e autorevoli strutture sanitarie ospedaliere degli Usa. Alcuni di questi ci sono abbastanza familiari e anche facilmente collegabili alla depressione; altri, invece, sono decisamente sorprendenti Cominciamo da quelli più evidenti.

Tristezza o comunque infelicità diffusa.

Irritabilità o frustrazione, anche per questioni apparentemente senza importanza.

Perdita di interesse nelle attività consuete e quotidiane.

Diminuzione dell’interesse per il sesso.

Insonnia o sonno eccessivo.

Distrazione, difficoltà di concentrazione, indecisione.

Indolenza, apatia: anche le incombenze di poco conto risultano faticose.

Pensieri di morte o suicidio.

Crisi di pianto senza motivo preciso.

Senso di colpa, inadeguatezza, rimorso per fatti passati.

I sintomi della depressione che non ti aspetti

E poi ci sono quei segnali che in apparenza non verrebbe mai da collegare alla depressione. Vediamone alcuni dei più “insospettabili”:

Più peso: la depressione sciupa lo spirito, ma fa ingrassare il corpo. Al contrario di quanto si possa immaginare, il depresso non è affatto sempre e soltanto magro e smunto, ma al contrario può essere anche ben in carne.

Più appetito: il depresso ha spesso molta fame, a qualunque ora del giorno. Un team di scienziati dello University of Texas Southwestern Medical Center (Usa) ha scoperto come tutto dipenda da una sostanza chimica prodotta nel cervello e nello stomaco, la grelina, un potentissimo stimolante dell’appetito i cui livelli aumentano prima dei pasti e in associazione con il senso di fame.

La grelina cerca di tirare su il morale, ma fa anche provare piu appetito e cercare cibi “consolatori” come il gelato e la cioccolata.

Lentezza: il depresso pensa, agisce e parla lentamente. Come se tutto dipendesse da profondità d’animo. In realtà, a causa di un fortissimo disagio interiore.

Mal di schiena: dietro una lombalgia apparentemente inspiegabile, perché magari non si è mai sofferto di problemi simili, potrebbe nascondersi un principio di depressione.

Mal di testa: anche un’emicrania in chi prima non aveva mai avuto cefalee, potrebbe essere un segnale da non sottovalutare di un inizio di depressione.

Asma: secondo uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Heidelberg di Mannheim (in Germania), le persone molto ansiose, una condizione tipica di chi soffre di un principio di depressione, sono tre volte più esposte al rischio di sviluppare l’asma.

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Il disturbo post traumatico da stress

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 Il disturbo post traumatico da stress si sviluppa in seguito a forti traumi, come quello del naufragio della Concordia

di Caterina Steri

Da qualche settimana ad oggi si parla tanto dell’incidente della nave da crociera Concordia, evento che ha avuto sicuramente un forte impatto emotivo, non solo nei confronti di chi lo ha subito. Mi viene da pensare alle innumerevoli conseguenze che un incidente del genere possa aver causato: sociali, ambientali, economiche, familiari… Come psicologa, mi è facile supporre che tra queste ce ne siano alcune colpite da conseguenze psicologiche importanti. Tra le tante, il disturbo post traumatico da stress, che scaturisce infatti, in seguito ad eventi stressanti e traumatici quali catastrofi, incidenti e violenze, anche se l’aver vissuto un’esperienza traumatica non genera automaticamente un disturbo del genere. Questo disturbo viene anche chiamato nevrosi da guerra, perché riconosciuto tra le varie conseguenze sui soldati coinvolti nel conflitto bellico in Vietnam.

Per diagnosticarlo occorre che la presenza dei sintomi compromettano il funzionamento sociale e/o lavorativo della persona e che questi possano essere direttamente correlati ad un evento traumatico che abbia causato orrore, paura intensa o senso di impotenza.

Nelle vittime del disturbo post traumatico da stress si manifestano “il continuo rivivere l’evento traumatico, l’evitamento persistente degli stimoli associati con il trauma, la riduzione progressiva della vivacità intellettiva e sensoriale” (DSM IV R).

Vi è poi un innalzamento dei livelli di ansia, depressione, rabbia, insonnia, incubi, difficoltà a concentrarsi.

Penso alle vittime della Concordia, piuttosto che a quelle delle alluvioni dei mesi precedenti, o dei terremoti, mi viene da rivolgermi a loro dicendo che tutti questi sintomi non sono manifestazione di follia, ma naturale conseguenza dei traumi subiti e che possono essere affrontati e risolti insieme all’aiuto di esperti. Il dolore e la paura possono essere affrontati, associando motivazione e convinzione nella possibilità di superarli.

13 febbraio 2012

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il sogno da Wikipedia

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« Sogna perché nel sonno puoi trovare quello che il giorno non ti può dare »

 

 

 

Il sogno è un fenomeno legato al sonno e in particolare alla fase REM del sonno, caratterizzato dalla percezione di immagini e suoni apparentemente reali.

Lo studio e l’analisi dei sogni inducono a riconoscere un tipo di funzionamento mentale avente leggi e meccanismi diversi dai processi di pensiero che sono oggetto di studio della psicologia tradizionale.Freud nel ’900, spiegò questa modalità di funzionamento dell’apparato psichico descrivendo la psicologia dei processi onirici e suddivise il funzionamento dell’apparato psichico in due forme che chiamòprocesso primario e processo secondario.

Secondo tale teoria psicoanalitica classica, il sogno sarebbe la realizzazione allucinatoria durante il sonno di un desiderio inappagato durante la vita diurna.

L’arte divinatoria che pretende di interpretare i sogni si chiama oniromanzia.

Dopo Freud, molti analisti di varie correnti si sono interessati al sogno. Contributi originali sono stati portati nel 1952 da Ronald Fairbairn, per il quale il sogno sarebbe un fenomeno schizoide, da interpretare alla luce della teoria degli oggetti parziali della Klein, ponendo l’accento sull’aspetto simbiotico della personalità.

Bonime nel 1962 propone una teoria del sogno basata sulla concezione che il sogno sia un autoinganno volto a preservare e a rafforzare un modello di vita, ponendo l’accento sull’aspetto comportamentale sociale della personalità.

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Gioco d’azzardo

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Gioco d’azzardo patologico, considerato ufficialmente una dipendenza senza droga.

Affinchè venga diagnosticato, è necessario che si presentino almeno quattro dei seguenti sintomi:

Coinvolgimento sempre crescente nel gioco d’azzardo (ad esempio, il soggetto è continuamente intento a rivivere esperienze trascorse di gioco, a valutare o pianificare la prossima impresa di gioco, ad escogitare modi per procurarsi il denaro con cui giocare)

Bisogno di giocare somme di denaro sempre maggiori per raggiungere lo stato di eccitazione desiderato

Irrequietezza e irritabilità quando si tenta di giocare meno o di smettere

Il soggetto ricorre al gioco come fuga da problemi o come conforto all’umore disforico (ad esempio, senso di disperazione, di colpa, ansia, depressione)

Inseguimento” delle perdite: quando perde il soggetto ritorna spesso a giocare per rifarsi

Per nascondere il suo grado di coinvolgimento nel gioco Il soggetto mente in famiglia e con gli altri

Il soggetto compie azioni illegali per finanziare il gioco

Il soggetto mette a rischio o perde una relazione importante, un lavoro, un’opportunità di formazione o di carriera a causa del gioco

Confida negli altri perchè gli forniscano il denaro necessario a far fronte a una situazione economica disperata, causata dal gioco (una “operazione di salvataggio”).

Il gioco d’azzardo patologico, caratterizzato da una graduale perdita della capacità di autolimitare il proprio comportamento, assorbisce, direttamente o indirettamente, sempre più tempo quotidiano, creando gravi problemi che coinvolgono diverse aree della vita.

Alcuni autori (Custer, 1982) distinguono le fasi di progressione del gioco d’azzardo patologico:

Fase vincente: il gioco è occasionale e le vincite iniziali motivano a giocare in modo crescente; il gioco produce piacere e allevia le tensioni e stati emotivi negativi

Fase perdente: caratterizzata dal gioco solitario, dall’aumento del denaro investito, dalla nascita di debiti, dalla crescita del pensiero relativo al gioco e del tempo speso a giocare

Fase di disperazione: cresce ancora il tempo dedicato al gioco e l’isolamento sociale conseguente, degenerano i problemi lavorativi/scolastici e familiari (divorzi, separazioni)

Fase critica: in cui si sente il bisogno di chiedere aiuto, la speranza di uscire dal problema che si tenta di risolvere concretamente

Fase di ricostruzione: cominciano a vedersi i miglioramenti nella vita familiare, nella capacità di pianificare nuovi obiettivi e nell’autostima;

Fase di crescita: si raggiunge un nuovo stile di vita lontano dal gioco

Si può parlare di una vera e propria dipendenza dal gioco d’azzardo se sono presenti sintomi di tolleranza (il bisogno di aumentare la quantità di gioco), sintomi di astinenza (come malessere legato ad ansia e irritabilità, problemi vegetativi o a comportamenti criminali impulsivi) e sintomi di perdita di controllo (incapacità di smettere di giocare).

Numerosi studi hanno individuato tra i fattori di rischio che predispongono a diventare “giocatori d’azzardo impulsivi” o “giocatori-dipendenti”, tre aspetti, generalmente ritenuti in interazione fra loro:

Aspetti biologici: relativi a fattori principalmente neurofisiologici, ancora non ben dimostrati, ossia allo squilibrio che si potrebbe determinare nel funzionamento del sistema di neurotrasmettitori cerebrali atti a produrre serotonina, una sostanza chimica cerebrale, responsabile di un equilibrio affettivo-comportamentale, che nei giocatori patologici scenderebbe sotto i livelli comuni rispetto alla media

Aspetti ambientali-educativi: riguardanti sia l’educazione ricevuta e da una tendenza a stimolare e valorizzare le possibilità di felicità legate al possesso del denaro, sia la presenza di difficoltà economiche legate ad esempio allo stato di disoccupazione che sembra un particolare fattore di rischio per l’insorgenza del disturbo

Aspetti psicologici: presenza di tratti di personalità lussuriosa e avara di denaro, talvolta connessi al bisogno di riuscire a dimostrare un controllo sul destino.

Le fasce più a rischio sembrano invece, tra le donne, le casalinghe e le lavoratrici autonome dai quaranta ai cinquant’anni e, tra gli uomini, i disoccupati o i lavoratori autonomi che hanno un frequente contatto col denaro o con la vendita ed un’età intorno ai quarant’anni.

Dalla dipendenza da gioco si può guarire attraverso metodi individuali, di gruppo terapeutico, di auto-aiuto o di comunità. Gli obiettivi terapeutici vanno sempre centrati sulla possibilità di modificare, oltre che il comportamento di gioco, il groviglio di pensieri legati all’idea che prima o poi arriverà il giorno in cui il gioco potrà cambiare la propria vita risolvendo magicamente i propri problemi.

04 luglio 2011 di Caterina Ster

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Quando e perchè consultare uno psicologo

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21 giugno 2011 Posted by Paolo Bartalini Edit

Nella vita di tutti i giorni ci troviamo ad affrontare innumerevoli problemi e situazioni che richiedono abilità e competenze differenziate.In un mondo che ci richiede un costante lavoro di messa a punto delle nostre capacità di far fronte alle situazioni più disparate, abbiamo l’esigenza di una continua riprogettazione del nostro modo di vivere.In questo contesto parlare con uno psicologo può aiutarti a trovare la giusta direzione.

la missione

La paura di volare

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21 giugno 2011 Posted by Paolo Bartalini Edit

paura di volarepaura di volare

a cura della dr.ssa Emanuela Boldrin – Psicoterapeuta

La paura di volare

La fobia che ci condiziona il modo di viaggiare.

La paura di volare è un’ansia diffusa e anticipatoria che vivono molte persone e che condiziona a volte il desiderio di fare un viaggio in un posto lontano od obbliga a scelte impegnative quando ci si trova a dover affrontare un percorso lungo o faticoso.
Il termine corretto per definire questa fobia è aerofobia o aviofobia. Di solito la tensione emerge qualche giorno prima della partenza e si amplifica man mano che ci si avvicina all’evento.
Si esprime con sintomi psicosomatici di sudorazione eccessiva, rituali rassicuranti, tachicardia, senso di vertigine o nausea.

A livello psicologico quest’ansia tipica di tutte le paure, nasce per difenderci da un’emozione che sarebbe ancora più difficile da affrontare, è come un campanello d’allarme che ci esprime qualcosa che non va dentro di noi. Possiamo parlare di paura di mettere la propria sicurezza nelle mani di un pilota o di un mezzo come l’aereo, oppure paura di non poter scendere e sentire il suolo sotto i piedi, vivere una sfiducia nell’affidarsi agli altri ecc.

Se analizziamo il ruolo che viviamo come passeggeri in generale, possiamo spostare l’attenzione a come viviamo la stessa condizione in auto. Essere passeggeri colloca la nostra vita nelle mani di un individuo che guida e ci dirige. Se abbiamo un senso di disagio anche in auto sarà probabile vivere la stessa paura in un mezzo come l’aereo.

Le persone che soffrono di questa paura si rendono perfettamente conto dell’irrazionalità di certe reazioni emotive, ma non possono controllarle.
In aereo siamo sospesi tragicamente ed inesorabilmente nel vuoto. Questo simbolicamente ci porta a vivere l’insicurezza e l’instabilità. In questo ambito si scatenano anche paure legate alla morte ed all’impotenza di fuggire per salvarsi.
Sembra che alcune fasi più di altre siano fonti di timore. In particolare vengono vissuti male il decollo e l’atterraggio, soprattutto se avvengono in situazioni meteorologiche instabili, con turbolenze, temporali o
forte vento.

Ci possono essere vari gradi di intensità nell’aviofobia. Si può passare dal semplice timore, più o meno lieve, dal disagio avvertito prima o durante il volo, al terrore assoluto che impedisce al soggetto di affrontare il volo o che provoca disagi molto seri fino alle crisi d’ansia acuta e al panico.
Spesso le persone che soffrono la paura di volare sono predisposte all’ansia anche per altre situazioni. Per questo motivo cercare in generale strumenti che combattono questo stato d’animo aiuta.
Quindi puntare su modulare una respirazione lenta, visualizzare scene piacevoli e rassicuranti, rilassarsi aiuta a predisporsi serenamente davanti all’evento di una partenza.
La paura di volare può essere avvertita anche da chi non ha mai volato, bloccandolo fin dalla semplice decisione di prendere l’aereo.
Questa situazione rischia di condizionare ai giorni d’oggi, dobbiamo quindi cercare di vivere le nostre paure non come ostacoli insormontabili o limiti al nostro stile di vita ma come strumenti per guardarsi dentro e migliorarci

AIUTI CONTRO LA PAURA DI VOLARE

  • Cercare di arrivare al volo riposati e puntuali
  • Cercare di fare il viaggio in compagnia di qualcuno
  • Durante il viaggio tentare di distrarsi chiacchierando, leggendo, guardando un film
  • Non guardare fuori del finestrino perché fa aumentare la paura
  • Evitare the, caffè e in generale bevande che possono agitare
  • Pensare di fare un breve percorso di psicoterapia cognitivo-comportamentale in cui si tenta di riprodurre simbolicamente una situazione di stress.

LE CAUSE Possono essere di varia natura.

Si può avere paura:

  • degli spazi chiusi, come quello di un aereo
  • dell’altezza
  • di non avere il controllo della situazione (fine del topo)
  • delle folle
  • di esperienze precedenti traumatizzanti accadute in volo (o la perdita di familiari, amici, in un disastro aereo)
  • di attacchi terroristici
  • delle turbolenze
  • di avere un attacco di panico
  • di volare sull’acqua o di notte
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Terremoto in Giappone

By paolo.bartaliniNo Comments

21 giugno 2011 Posted by Paolo Bartalini Edit

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L’impatto psicologico nelle persone coinvolte in un evento catastrofico

Il Dopo la catastrofe avvenuta nel dicembre 2004, il mondo si trova ad affrontare un altro evento naturale di proporzioni immani che ha distrutto città e provocato la morte di migliaia di persone. Il terremoto e lo tsunami di questi giorni hanno sconvolto il Giappone e tutto il resto del mondo che assiste impotente a questo disastro. Lo tsunami ha spazzato via case, navi, aerei, tutto ciò che trovava sul proprio percorso causando la morte di decine di migliaia di persone. L’impatto psicologico che un evento così drammatico può avere sui sopravvissuti è potenzialmente molto profondo. disturbo che di solito sviluppano le vittime dei disastri si chiama disturbo post-traumatico da stress (PTSD, post-traumatic stress disorder) causato da “un evento traumatico che la persona ha vissuto direttamente, o a cui ha assistito, e che ha implicato morte, o minaccia di morte, o gravi lesioni, o una minaccia all’integrità fisica propria o di altri. L’evento deve aver creato paura intensa, sentimenti di impotenza, o di orrore”. I veterani di guerra sono i soggetti nei quali l’esposizione a questo genere di stress è più frequente.

I sintomi del disturbo post-traumatico da stress vengono raggruppati in tre categorie principali (Kring, Davison, Neale e Johnson, 2007).

  1. Rivivere l’evento traumatico. Il soggetto richiama spesso alla memoria il trauma vissuto o esso riaffiora sotto forma di incubo. Il soggetto può essere fortemente turbato da stimoli che ricordano l’evento (rumori, suoni, urla, ecc.).
  2. Evitamento degli stimoli associati all’evento traumatico oppure ottundimento della reattività. Nel primo caso le persone cercano di evitare tutto ciò che potrebbe ricordare loro l’evento traumatico; nel secondo caso, i soggetti manifestano un diminuito interesse per gli altri, un senso di distacco e di estraniamento e incapacità di provare emozioni positive. Queste due reazioni così diverse in realtà non sono in contrapposizione, in quando può accadere che vi sia una notevole oscillazione tra una fase che fa rivivere il trauma ad una fase che invece diminuisce la percezione emotiva.
  3. Sintomi di aumentata attivazione fisiologica. Questi sintomi comprendono difficoltà ad addormentarsi o mantenere il sonno, difficoltà di concentrazione, ipervigilanza ed eccessive risposte di allarme.
  4. Altri disturbi psicologici si associano spesso al disturbo post-traumatico da stress, quali l’ansia, la depressione, la rabbia, il senso di colpa e l’abuso di sostanze. Comuni sono anche i pensieri suicidari, così come episodi esplosivi di violenza e problemi di natura psicofisiologica connessi con lo stress, come cefalea e disturbi gastrointestinali.È importante avere ben presente questa costellazione di sintomi per organizzare un trattamento efficace dei sopravvissuti.
  5. La dissociazione e la soppressione dei ricordi possono contribuire al mantenimento del disturbo in quanto impediscono alla persona di confrontarsi con i ricordi del trauma. Proprio per tali motivi il debriefing per lo stress da incidenti critici (CISD, critical incident stress debriefing) è una procedura di intervento immediato (entro 72 ore) sulle vittime di un grave trauma. Il CISD è di solito limitato ad un’unica, lunga sessione organizzata per gruppi, ma anche per singoli individui, indipendentemente dall’eventuale manifestarsi di sintomi.

Il terapeuta incoraggia le persone a ricordare i particolari dell’evento di cui sono state vittime e le invita a esprimere con la maggiore completezza possibile ciò che sentono. I terapeuti che applicano questo metodo di solito visitano il luogo del disastro immediatamente dopo che si è verificato, talvolta su invito delle autorità locali (come è avvenuto dopo l’attacco dell’11 settembre al World Trade Center), altre volte no; la terapia viene offerta sia alle vittime che ai loro familiari (Kring, Davison, Neale e Johnson, 2007). L’utilizzo di questa metodica è piuttosto controverso. Per alcuni studiosi è meglio che i sopravvissuti seguano un normale e più lungo percorso terapeutico che permetta loro di rivivere il trauma in modo più graduale. Un altro tipo di terapia psicologica prevede la riesposizione della persona agli stimoli traumatici, ma in modo organizzato e con il sostegno del terapeuta (ad esempio: esposizione diretta, tecniche di immaginazione guidata, ipnosi).
Ad ogni modo l’obiettivo di ogni intervento terapeutico è soprattutto quello di potenziare la percezione di sicurezza e di ridurre le reazioni di paura e di mancanza di controllo dei superstiti. Non dimentichiamo che il nostro organismo di solito neutralizza gli eventi stressanti grazie alle cosiddette strategie di coping. Ma l’impatto psicologico generato dal terremoto e dallo tsunami è troppo forte per essere neutralizzato dalle risorse personali di ciascun individuo. Per questo è fondamentale intervenire subito, in particolare sui bambini che hanno ancora meno risorse psicologiche per affrontare un disastro di tale portata.

14 marzo 2011 di Elisabetta Rotriquenz

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Lo Stress

By paolo.bartaliniNo Comments

21 giugno 2011 Posted by Paolo Bartalini Edit

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.Lo stress è una sindrome di adattamento a degli stressor (sollecitazioni). Può essere fisiologica, ma può avere anche dei risvolti patologici.

Indice

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  1. Stressor e problem solving
  2. La sindrome generale di adattamento di Selye
  3. Biochimica dello stress
  4. Patologia
  5. Diagnosi
  6. Note
  7. Bibliografia
  8. Voci correlate
  9. Altri progetti
  10. Collegamenti esterni

Stressor e problem solving

 

 

stresslo stress

Ogni stressor che perturba l’omeostasi dell’organismo richiama immediatamente delle reazioni regolative neuropsichicheemotivelocomotorieormonali e immunologiche.Anche eventi di vita quotidiana possono portare a mutazioni anche radicali dovute all’adattamento. Malgrado ciò, l’adattamento è un’attività complessa che si articola nella messa in atto di azioni finalistiche destinate alla gestione o soluzione dei problemi, alla luce della risposta emotiva soggettiva suscitata da tali eventi.La capacità di indirizzare le azioni adattative implica sia la possibilità di azioni finalizzate a modificare l’ambiente in funzione delle necessità del soggetto, sia l’eventualità di intraprendere una modificazione di caratteristiche soggettive per ottenere un migliore adattamento all’ambiente circostante.Ad esempio, per adattarsi a un clima rigido, si può decidere di accendere un fuoco, o di indossare abiti più pesanti: l’adattamento dipende dalle capacità di problem solving, ma anche dalla presenza di opportuni elementi ambientali, economici o relazionali.Per inquadrare la capacità di adattamento, occorre anche un asse temporale, composto da più varianti: l’età del soggetto, il suo tempo di reazione e il tempo richiesto dall’evento per ottenere un adattamento efficace. Infatti, un bambino piccolo non riuscirà ad utilizzare appieno e con la stessa velocità una medesima capacità adattativa dell’adulto. Per contro, risulterà più difficile scansare un proiettile di arma da fuoco che non un pallone.La prevedibilità, la conoscenza e la gravità degli eventi giocano un ruolo fondamentale nella possibilità di instaurare delle strategie adattative atte a gestirli. Ad esempio, il lutto per la perdita di una persona cara è, di solito, più facilmente elaborabile quando la persona era anziana e la sua scomparsa era stata prevista da tempo. All’opposto è problematico l’adattamento in caso di esposizione a eventi catastrofici e improvvisi.Il maggiore o minore successo dei processi adattativi è dato dal bilancio tra le caratteristiche qualitative e quantitative degli eventi che li suscitano e le risorse personali del soggetto coinvolto.Si considerano:

Un soggetto può essere capace di affrontare determinati eventi, ma non essere in grado di fronteggiare e gestire in modo adattativo con gli stessi esiti eventi differenti.

Diagnosi

La diagnosi del livello di stress cronico a cui è soggetto un individuo non è semplice, né univoca, data la genericità del fenomeno e la soggettività nel reagire ai diversi fattori di stress.Il metodo più classico per misurare il livello di stress, di impianto prettamente psicologico, si basa sulla compilazione di questionari che indagano o la presenza nella vita del paziente (nel presente o nel passato prossimo) di fattori di stress (quali la perdita d persone care, del lavoro, etc), oppure il manifestarsi di sintomi legati allo stress o alla depressione (problemi del sonno, attacchi di panico, etc…). Risulta chiaro come la soggettività nel reagire ai fattori di stress, o nella stessa valutazione dei sintomi, sia il principale problema di questa metodologia, comunque ampiamente adottata allo stato dell’arte. Nel tentativo di rendere la valutazione il più oggettiva possibile, negli ultimi decenni si è passati a studiare le alterazioni fisiologiche dello stress, che principalmente dipendono da un’iperattivazione simpatica e un’inibizione del compartimento parasimpatico, principalmente riguardanti gli effettori cardiaci. La misura diretta dell’attività del sistema nervoso può essere effettuata direttamente tramitemicroneurografia, una tecnica complessa e delicata che registra il livello di attività di un nervo periferico tramite microelettrodi; è tuttavia non adatta per essere applicata su vasta scala. Dato che il sistema simpatico viene attivato tramite la secrezione dinoradrenalina, si può misurare il flusso/ il livello di questo neurotrasmettitore tramite analisi del sangue. Alternativamente si può misurare il livello di ACTH e cortisolo, un ormone immunosoppressore e potenzialmente diabetizzante rilasciato in caso di stress, in sangue, urine o nella saliva. Un metodo completamente diverso si basa sullo studio dell’attività cardiaca e pressoria nel soggetto, dato che la frequenza cardiaca e la pressione arteriosa dipendono essenzialmente dalla bilancia dell’attività simpato-vagale. Monitorando il soggetto attraverso l’elettrocardiogramma e un holter pressorio in un ambiente accuratamente preparato per risultare privo di alcuno stimolo (pareti bianche, aria e temperatura ambiente adeguate, silenzio) si può, con relativa accuratezza, misurare lo stato vegetativo del paziente stesso.

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Quale terapia per quale paziente

By paolo.bartaliniNo Comments

21 giugno 2011 Posted by Paolo Bartalini Edit

I dati di Peter Fonagy, direttore del dipartimento di Psicologia Clinica presso lo University College di Londra
La psicoterapia è efficace nel 75% dei pazienti, rispetto ai pazienti non trattati”. Con queste parole Peter Fonagy, direttore del dipartimento di Psicologia Clinica presso lo University College di Londra, presidente del Centro Anna Freud della capitale inglese e coautore del volume «Psicoterapie e prove di efficacia. Quale terapia per quale paziente?», ha descritto, al XIII Congresso dell’Escap, le prospettive e l’efficacia dell’intervento psicoterapico (basato, per definizione, sull’ incontro non medicalizzato tra medico e paziente).

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