Benessere

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benessere-psicologico

La psicoterapia mira a riattivare le risorse che ogni individuo ha, e che per motivi diversi, durante la vita, possono risultare inattive.

Fondamentale risulta il concetto di benessere. Benessere significa, prima di tutto, prendere il TEMPO, anche mezz’ora al giorno, per sé stessi.

E’ un modo di darsi una carezza che può cambiare il gusto dell’intera giornata. Benessere significa prendere il proprio SPAZIO.

La propria camera, il proprio laboratorio creativo, un pomeriggio al mare con un romanzo che fa sognare. Laddove necessario, questo spazio può trovarsi, nello studio del terapeuta. Luogo di accoglienza, di ascolto e di scambio umano autentico.

Tutte dimensioni, che nell’epoca del virtuale e della crescita tecnologica esponenziale, sono tutt’altro che scontate.

Benessere significa ascoltare sè stessi… Quei “piccoli desideri” da realizzare, e che troppo spesso vengono ignorati, regalano colore alla vita.

 

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Quando e perchè consultare uno psicologo

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21 giugno 2011 Posted by Paolo Bartalini Edit

Nella vita di tutti i giorni ci troviamo ad affrontare innumerevoli problemi e situazioni che richiedono abilità e competenze differenziate.

In un mondo che ci richiede un costante lavoro di messa a punto delle nostre capacità di far fronte alle situazioni più disparate, abbiamo l’esigenza di una continua riprogettazione del nostro modo di vivere.

In questo contesto parlare con uno psicologo può aiutarti a trovare la giusta direzione.

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Dipendenza affettiva

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Descrizione della Dipendenza Affettiva

Avere legami forti ed esserne condizionati è una cosa normale.

Diventa problematica quando ci si dedica completamente a un’altra persona rinunciando ai propri bisogni, facendo sacrifici pur di accontentarla, fino a ridurre le proprie attività e i propri interessi.

come uscire dalla dipendenza affettiva

Se l’altra persona assorbe tutto il nostro tempo, fino a diventare un’ossessione che condiziona comportamento e pensieri, si tratta di una Dipendenza Affettiva – o Love Addiction – e ha caratteristiche simili a qualsiasi altra dipendenza. Il bisogno di stare con lei è sempre più forte (tolleranza), non si riesce a farne a meno (assuefazione), in sua assenza ci si sente smarriti, persi, impauriti (astinenza), non si riesce a immaginare la propria vita senza l’altro.

In questa situazione, non si riesce a fare un progetto in autonomia, a trascorrere del tempo con se stessi e frequentare altre persone. La paura del distacco e di essere abbandonati è tale da spingere a sopportare situazioni anche molto spiacevoli, a diventare gelosi, possessivi, controllare l’altro oppure a fargli continue richieste di rassicurazione, dimostrazioni d’affetto, senza però riuscire a sentirsi veramente corrisposti. La relazione che si crea non è equilibrata, manca reciprocità e crea grande sofferenza.

Dati statistici sulla Dipendenza Affettiva

La Dipendenza Affettiva riguarda soprattutto le donne tra i 20 e i 50 anni, ed è anche chiamata “Sindrome delle donne che amano troppo”.

Dipendenza Affettiva: le cause

Sulle cause sono state forumale alcune ipotesi. Secondo alcune teorie potrebbe derivare da conflitti psicologici e fattori ambientali o sociali, bisogni rimasti insoddisfatti o traumi subiti durante l’infanzia, come ad esempio la perdita di una persona cara, o da un Disturbo di Ansia da Separazione comparso in età infantile o giovanile.

Dipendenza Affettiva: i sintomi

Si manifesta con i sintomi tipici della dipendenza: tolleranza, assuefazione e astinenza rispetto a un’altra persona, che viene idealizzata e diventa indispensabile per la propria auto-realizzazione e il proprio benessere, inoltre possono essere presenti:

  • mancanza di autonomia;
  • riduzione di interessi e vita sociale;
  • rinuncia ai propri spazi, bisogni e desideri;
  • atteggiamento servizievole, tollerante e sottomesso;
  • difficoltà a manifestare disaccordo e i propri sentimenti;
  • possessività, grande gelosia, controllo dell’altra persona;
  • sentimenti di rabbia, paura dell’abbandono e sensi di colpa;
  • perdita di lucidità e difficoltà a controllare i propri atteggiamenti;
  • ansia, angoscia, senso di vuoto, depressione e smarrimento all’idea del distacco.
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Freud

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1. “Sono stato un uomo fortunato, niente nella vita mi è stato facile.”

Solo nelle avversità possiamo crescere. Sono i problemi a stimolarci facendoci mettere mano alle nostre risorse e trovare la grinta necessaria per fare un passo avanti e uscire dalla nostra zona di comfort. Comprendere le avversità come una sfida ci permette di metterci alla prova e sviluppare il nostro pieno potenziale. In realtà, se c’è qualcosa che caratterizza le persone resilienti è che assumono le difficoltà come delle opportunità per imparare e crescere

2. “Le emozioni represse non muoiono mai. Vengono sepolte vive e in futuro usciranno nel peggiore dei modi.”

La società ci ha insegnato a sopprimere le emozioni, catalogandone alcune come inadeguate e altre come un segno di debolezza. Tuttavia, nascondere e reprimere le emozioni equivale a non accettarle e quindi queste rimangono nell’inconscio e causano dei danni. Quando finalmente tornano alla luce, possono causare un vero e proprio terremoto emotivo.

3. “La tradizione è una scusa per le menti pigre che si rifiutano di adattarsi al cambiamento.”

Le tradizioni ci danno un illusorio senso di sicurezza, sono qualcosa di familiare che conferisce un ordine logico al nostro mondo. Pertanto è comprensibile che l’idea di abbandonarle ci terrorizzi, soprattutto se il futuro è incerto. Tuttavia, è solo abbracciando l’incertezza e mettendo in discussione le tradizioni che possiamo andare avanti. Se ci aggrappiamo al passato, ci anchilosiamo e moriamo un poco alla volta ogni giorno, perché il mondo è in continua evoluzione.

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Psicoterapia online

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Questo è il servizio per chi cerca una risposta ai propri problemi e che preferisce una terapia o un sostegno online piuttosto che in studio.

  1. Le nuove tecnologie consentono di incontrare le persone che soffrono di disagi psicologici anzichè in studio direttamente in videoconferenza. Vengono garantite le stesse regole che si applicano nel classico contesto di studio: riservatezza e massimo rispetto per la persona.
  2. Per fissare una consultazione online è sufficiente contattarmi o usando l’apposito modulo o al mio cellulare 3475033016 o al mio contatto skype (Papato10) in modo da fissare un video-incontro su skype in orario e data da concordare insieme
  3. Ogni seduta dura 45 minuti e costa 75 euro . Verrà emessa regolare fattura al termine di ogni incontro.
  4. La modalità di pagamento privilegiata è il sistema paypal; in alternativa bonifico on line.
  5. Il trattamento dei dati sarà effettuato secondo modalità sia manuali, sia informatiche e, in ogni caso, idonee a proteggerne la riservatezza, nel rispetto delle norme vigenti e del segreto professionale.
  6. Il conferimento dei dati è facoltativo, anche se l’eventuale mancato conferimento potrebbe comportare la mancata o parziale esecuzione del contratto
  7. In ogni momento l’interessato potrà esercitare i propri diritti nei confronti del titolare del trattamento, ai sensi dell’art.7 del D.lgs.196/2003
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Decalogo dello Psicologo

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Psicologia Clinica, Psichiatria e Psicoterapia

  1. Deve saper venire incontro al “non-voler-sapere” del suo paziente, tenendo conto che a suo tempo quello stesso non voler sapere lo riguardò personalmente.
  2. Deve saper tacere e all’occorrenza parlare per spiegare.
  3. Sa tollerare la menzogna momentanea che il paziente si ripete, leggendovi il desiderio inconscio sottostante.
  4. Essendo esposto alla commozione, deve avere un atteggiamento di empatia, senza mai operare con imperturbabilità, distacco, freddezza, masenza perdere il suo stesso equilibrio.
  5. Deve possedere una profondità di sguardo, una naturale sagacia unita ad una passione per l’ottimismo tale da poterla coltivare nell’altro, contagiandolo incondizionatamente.
  6. E’ consapevole della fragilità umana, della propria caducità e insufficienza, ma sa valorizzare le potenzialità dell’altro, sottraendosi però a un rovinoso senso di superiorità.
  7. Conosce se stesso e considera la propria personalità come fattore curativo.
  8. Sa che ciò che un uomo può fare o essere per un altro uomo, non si esaurisce in forme comprensibili né standardizzabili o uguali per tutti, poiché ogni caso è unico.
  9. Si ispira a poeti e saggi di tutte le culture e di tutti i tempi.
  10. Sa che il fattore curativo per eccellenza è l’amore in senso lato, come atteggiamento dell’anima che ci rende vulnerabili e totalmente esposti alla vita, che accade come conseguenza di una rottura del guscio narcisistico, in un movimento di apertura, disvelamento e accoglimento della molteplicità presente in noi stessi, di quell’altro che non sapevamo di essere perché oltre il nostro io limitato e angusto.

Con il contributo di Roberto Ruga

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L’importanza del non rimuovere nulla, del rimanere integri nella tensione degli opposti

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Nel bellissimo libro-commento all’antico testo cinese “Il segreto del fiore d’oro”, Jung ci riporta uno stralcio di una commovente lettera inviatagli da una sua paziente sull’importanza dell’accettazione.


«Recentemente ho ricevuto una lettera da una mia antica paziente, la quale descrive con parole semplici ma appropriate la trasformazione necessaria:

Dal male ho ricavato molto bene. Il mantenere la calma, il non rimuovere nulla, il rimanere vigile e insieme l’accettazione della realtàprendendo le cose come sono e non come avrei voluto che fossero – mi hanno portato conoscenze singolari ma anche singolari energie, quali prima non avrei potuto immaginare.

Ho sempre pensato che se non si accettano le cose, esse in un modo e nell’altro ci sopraffanno; ora invece non è più così, e solo accettandole è possibile prendere posizione di fronte a esse.

Anch’io voglio partecipare al gioco della vita nell’accettare ciò che di volta in volta mi offrono i giorni e la vita, bene e male, sole e ombra che costantemente si alternano, e così accetto anche la mia natura, con i suoi lati positivi e negativi, e tutto si ravviva.

Com’ero pazza, io che volevo forzare ogni cosa ad adattarsi al mio volere!”»

(C.G.Jung – Commento all’antico testo cinese “Il segreto del Fiore d’Oro”, Bollati Boringhieri, p.68)

«Se semplicemente si riuscisse a lasciar andare le cose, ci si accorgerebbe che il male si esaurisce, e si afferma il bene.»

(Jung)

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Il compito dello psicoterapeuta

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“Il compito dello psicoterapeuta, contrariamente ad un diffuso malinteso, non è affatto quello di «trovare» cos’è che non va nel paziente per poi poterglielo «dire». Altri glielo «avevano già detto» per tutta la sua vita e, nella misura in cui ha accettato le parole altrui, egli stesso «se lo diceva». […]

Il lavoro dello psicoterapeuta non consiste nemmeno nell’imparare delle cose riguardo al paziente per poi insegnargliele, bensì insegnare al paziente come imparare ciò che concerne se stesso.

Questo significa che il paziente deve diventare direttamente consapevole di come realmente funzioni in quanto organismo vivente; e questo avviene sulla base di esperienze concrete e non verbali”.

Fritz Perls

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Ippoterapia

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Può succedere in ambito psicoterapico, che si cerchi “il nuovo”, dimenticando che esistono interventi vecchi quanto l’uomo ma che solo pochi hanno analizzato scientificamente per proporli nei tempi moderni a beneficio di molti, bisognosi di un supporto psicologico.

Il mestiere dello psicoterapeuta, deve prevedere saggiamente, per ogni suo paziente, tecniche diverse per momenti diversi in un processo al centro del quale c’è un essere umano sofferente da aiutare.

Il gioco del cavallo a dondolo riflette il sapore antico del rapporto tra cavallo e uomo, scandito dal ritmo rassicurante del dondolio che lo accompagna dal grembo materno alla culla fino alla sedia a dondolo.

Sentirsi in sintonia con un cavallo apre ad una gamma di complesse esperienze relazionali di grande rilievo psicologico (utilizzabili dallo psicoterapeuta). Al cavallo si devono impartire dei comandi per decidere le andature, dunque lo si porta ma si è anche portati: si è cullati e al tempo stesso trasportati dal suo ritmo. Ciò è frutto di una relazione, somigliante a quella che si instaura tra esseri umani, che offre un campo di infinite esplorazioni, proiezioni, simulazioni, in virtù delle quali si sviluppa un processo terapeutico nel quale il cavallo è l’alterità grazie alla quale articolare la propria identità. Esso non rappresenta di per sé un valore salvifico ma è l’instaurarsi della comunicazione e della relazione affettiva che risultano curativi.

Abbandonarsi ad un dorso che accoglie con calore, con una ritmicità costante, significa instaurare un gioco dialettico con cui si attivano funzioni già sperimentate nell’infanzia attraverso il linguaggio corporeo che rende consapevoli sentimenti positivi e vitali. Le dinamiche che si instaurano nella relazione tra soggetto-oggetto (in ippoterapia uomo/cavallo), sappiamo da Jung essere alla base del fluire dell’energia psichica, che regola il contrasto tra funzioni opposte (processi pulsionali/sentimentali) convogliandole verso l’azione. Il grande, caldo e dondolante corpo del cavallo, in terapia, è dunque un contenitore di pulsioni, in cui due diversità diventano armonia. La mediazione di questo rapporto si attua grazie al terapista (ippoterapeuta) scaturendo in una dinamica triangolare grazie alla quale l’equitazione diventa terapia e la terapia equitazione.

Ecco che l’utilizzo del cavallo, oltre che in ambito sportivo e ricreativo, trova applicazione nel contesto terapeutico e riabilitativo: uno psicologo e psicoterapeuta non può trascurare di indagare su qualsiasi cosa aiuti un essere umano nel “difficile mestiere di vivere!

Se il malessere che vive l’uomo moderno può esser dovuto ad un porsi in modo errato con l’ambiente mettendosi con esso in contrapposizione, risulta interessante tentare di utilizzare metodiche terapeutiche che favoriscono la ricongiunzione delle due realtà, uomo e natura.

Ci sono molti sostegni ambientali che si usano spontaneamente ma inconsapevolmente per lenire solitudine, sofferenza e angoscia. La ricerca di uno spazio verde, ampio e silenzioso o l’accoglienza di un animale (pet) da accudire nella routine della vita quotidiana, costituiscono ad esempio piaceri che abbassano il livello dei disagi.

Ecco che anche il maneggio, la scuderia, il centro equestre, risultano setting operativi privilegiati, spazi facilitanti di ascolto e socializzazione per il paziente e di osservazione per l’operatore; il paziente viene infatti osservato in una situazione in cui si sente libero e quindi se ne può cogliere in modo più autentico manifestazioni che in altri ambienti medicalizzati sarebbero condizionati ed inibiti.

La pratica dell’IPPOTERAPIA, cioè l’equitazione come mezzo terapeutico, grazie agli innumerevoli stimoli positivi che apporta, permette in modo graduale di entrare in relazione con un altro essere vivente, l’ambiente circostante e le persone che lo frequentano. Le fasi, che hanno tempi variabili e livelli di autonomia del soggetto sempre diversi, si articolano più o meno così:

  • Governo della mano, con cui si effettuano azioni finalizzate alla pulizia ed alla cura del cavallo

  • Bardatura, cioè la vestizione dell’animale con sella, redini etc

  • Conduzione del cavallo nel campo di lavoro e salita in sella

  • Attività a cavallo e con il cavallo anche portato alla lunghina

  • Discesa, uscita dal campo, dissellaggio e ricompensa al cavallo con cibo e coccole.

Con la terapia coadiuvata dall’animale, i pazienti si trovano a lavorare in un contesto dove non sono costretti a fare nulla, quindi, tutto quello che producono è frutto di uno sforzo nato dalla motivazione indotta dalla vicinanza con l’animale, che, oltre ad essere empatico, non valuta e non giudica.

L’offerta di un vitale ed inedito rapporto centrato sul fare e sullo stare insieme, offre una gamma complessa di esperienze relazionali di grande valenza anche psicosociale. Riabilitare in quest’ottica significa mettere il paziente nella condizione di scegliere lo stile della propria vita, convivendo magari con i propri sintomi ma procedendo comunque verso una vita socialmente attiva (si minimizzano gli effetti della disabilità e si massimizzano le potenzialità nascoste).

L’ippoterapia ha trovato facile spazio nel bisogno del malato di uscire dalla dimensione dell’ ”eterno assistito”, emarginato in luoghi di cura chiusi e sterili; in ogni caso comunque, i cavalli ed altri animali, non sono da considerare sostitutivi delle altre terapie bensì valori aggiunti, strumenti facilitatori che favoriscono l’espansione delle interazioni positive al di fuori di quelle nell’ospedale o negli studi medici.

La presenza degli animali risulta positiva per il morale, riduce il livello di ansia, dona la sensazione di sentirsi utili, spazza via la solitudine attraverso i seguenti meccanismi:

  • Gli animali offrono amore incondizionato

  • Forniscono una sicurezza tattile

  • Non giudicano

  • Stimolano la tendenza umana ad offrire protezione

Ecco perché perché possono trarne giovamento coloro che sono affetti da:

  • Depressione

  • Stati di solitudine, isolamento

  • Bassa auto considerazione

E’ stato dimostrato che le persone depresse manifestano un attaccamento all’animale a cui si affezionano particolarmente forte (Mc Culloch, 1981) tanto che nella depressione associata a disturbi fisici cronici, quali diabete, insufficienza cardiaca, gastriti, si è constatato che il legame instaurato con l’animale influisce al miglioramento anche della malattia fisica. Accarezzare un manto caldo e morbido induce ad un effetto calmante e quindi ad una riduzione della pressione arteriosa; ciò è vantaggioso per chi soffre di ipertensione e disturbi coronarici ma anche a ridurre lo stato di ansia in soggetti che hanno difficoltà a rilassarsi.

Introdurre un programma di Ippoterapia in un approccio multidisciplinare può essere una forma sia di prevenzione che di cura delle sofferenze psichiche. Uscire dalla solitudine, creare un’immagine positiva di sé, sentirsi amati ed utili, sono passi importanti che con l’affiancamento di un animale possono riuscire più semplici ed edificanti.

GF.

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Resilienza

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La vita ci pone di fronte a situazioni difficili e dolorose: la perdita di persone care, una malattia, un incidente grave, che ci fanno provare emozioni intense, che ci portano a percepire un profondo senso di vulnerabilità. Generalmente, con il tempo, le persone riescono ad adattarsi a tali situazioni. Quello che fa adattare, però, non è solo il “tempo che guarisce”, ma c’è una parte di noi capace di fronteggiare situazioni difficili e di riorganizzare positivamente la propria vita, nonostante le difficoltà che farebbero pensare ad un esito negativo: questa capacità è la resilienza. Le persone resilienti sono quelle che, immerse in circostanze avverse, riescono, nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le avversità, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e perfino a raggiungere mete importanti (Wikipedia).

Il termine resilienza viene preso in prestito dal mondo della metallurgia ed indica la capacità di un materiale di conservare la propria struttura, dopo essere stato sottoposto a schiacciamento e deformazione. “La resilienza è una parola di derivazione latina che permette di descrivere il grado in cui una struttura metallica o mentale è capace di resistere a un urto, risultando così più o meno resiliente. La resilienza ti permette di perseguire i tuoi obiettivi nonostante i continui “no”, le sconfitte, e i traumi della vita: è quella forza che riesce a farti rialzare per la millesima volta e che ti consente di trovare una via di scampo dal dolore. Implica la possibilità di trasformare un evento doloroso in un processo di apprendimento e di crescita. Avere un alto livello di resilienza non significa evitare le difficoltà o essere dei Supereroi, ma significa essere disposti al cambiamento, alla rinuncia, all’accettazione quando necessario; disposti anche a pensare di poter sbagliare, ma anche di poter correggere la rotta. Rivalutare la propria sofferenza, modificare l’idea che si ha di essa, integrarla nella propria storia individuale, oltre che viverla come un valore aggiunto per la propria persona, che rende sensibili, a sua volta, anche alle sofferenze altrui.
Cantoni (2014) ha individuato cinque componenti che contribuiscono a sviluppare la resilienza

1)L’Ottimismo, cioè la disposizione a cogliere il lato buono delle cose. Chi è ottimista tende a sminuire le difficoltà della vita e a mantenere più lucidità per trovare soluzioni ai problemi (Seligman, 1996).
2) L’Autostima. Avere una bassa autostima ed essere molto autocritici, infatti, porta una bassa tolleranza delle critiche, cui si associa una più alta possibilità di sviluppare sintomi depressivi.
3) La Robustezza psicologica (Hardiness). che è a sua volta scomponibile in tre sotto-componenti, il controllo (la convinzione di essere in grado di controllare l’ambiente circostante, mobilitando quelle risorse utili per affrontare le situazioni), l’impegno (la chiara definizione di obiettivi significativi che facilita una visione positiva di ciò che si affronta) e la sfida, che include la visione dei cambiamenti come incentivi e opportunità di crescita piuttosto che come minaccia alle proprie sicurezze.
4) Le emozioni positive, ovvero il focalizzarsi su quello che si possiede invece che su ciò che ci manca.
5) Il supporto sociale, sentire di essere oggetto di amore e di cure, di essere stimati e apprezzati.
6) Cosa ci può aiutare per diventare più resilienti? – Una visione positiva di sé e la capacità di accettarsi con pregi e difetti; – La capacità di porsi traguardi realistici; – Un buona gestione delle proprie emozioni; –
Coltivare le relazioni sociali; – Prendere esempio da persone resilienti – Imparare a chiedere aiuto “Sii come il bambù, fuori duro e compatto, dentro morbido e cavo. Le sue radici sono saldamente confitte nel terreno e si intrecciano con quelle di altre piante per raffozzarsi e sorreggersi a vicenda. Lo stelo si lascia investire liberamente dal vento, e lungi dal resistergli, si piega. Ciò che si piega è molto più difficile a spezzarsi.”.

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Perchè si fuma?

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La sigaretta è ricca di componenti e in più è una sostanza di facile accesso, alla portata di tutti, non occorrono ricette, né permessi, è socialmente accettata quindi è, come dice Arnao, la “droga perfetta”.

Da esperimenti è emerso che la nicotina migliora le capacità di apprendimento, della memoria e forse è legato a questo che si fuma di più nei momenti di lavoro e di massima concentrazione. Ma nello stesso tempo può avere effetto depressivo e rilassante ed allora si fuma quando ci si sente irritabili, nervosi e tesi.

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Sembra che la sigaretta sia un passepartout, buona in tutte le occasioni, può esser stimolante e sedativa. Qualcuno la usa per tirarsi su ed altri per regalarsi un momento di relax.

IL RITUALE DEL FUMARE

Se pensiamo etimologicamente alla parola “smoking” indica l’abito maschile elegante usato durante le riunioni tra uomini, dove si parla di cose virili, – guerra o politica -, fumando sigari o pipa o sigarette.

Ma il gesto del fumare contiene anche elementi innegabilmente femminili, la bocca col suo signifi cato simbolico, la penetrazione del fumo e la sua espulsione, il piacere della lontana suzione del seno. Nel rituale del fumare e nella sua simbologia, il fuoco, la brace, hanno molti signifi cati sia magici, come purificazione o distruzione, che sessuali (nei sogni il fuoco allude ad attività sessuali o masturbazione).

Nelle culture primitive il tabacco veniva usato nelle cerimonie, a volte per il suo effetto distensivo, di benessere, altre volte per le sue capacità inebrianti, come il calumè della pace dei pellerossa. Il fumo inoltre ha anche aspetti socializzanti: è piacevole fumare quando si è in gruppo, se si è soli si è in compagnia della sigaretta, si possono stringere nuove amicizie con l’offerta del fumo, o riempire una vicinanza senza bisogno di parole, è un’intimità oltre la verbalizzazione (ricordiamo la sigaretta fumata dopo l’amore).

TIPI DI ASTINENZA

Ognuno ha un’astinenza soggettiva legata alle condizioni fisiche ed alla personalità del fumatore.

Dipendenza fisica: è causata dalla continua assunzione di nicotina, quando si smette avviene una crisi di astinenza. I sintomi sono disturbi del sonno, tremori, palpitazioni, aumento di appetito. La nicotina è una sostanza molto tossica, pensiamo che il contenuto di due pacchetti di sigarette se assunta in un solo momento è mortale!

Dipendenza psicologica: è causata dai gesti e rituali del fumare. Alcuni fattori sono quelli sociali (atteggiamento per darsi un contegno ecc.), psicologici (bisogni orali o di rassicurazione o di calma ecc.) I sintomi sono assuefazione, ansia, irritabilità e nervosismo.

AIUTI E TERAPIE PER CHI VUOLE SMETTERE

Sappiamo che è difficile smettere se non si è maturata una serie di motivazioni, se non si è deciso con determinazione. Molte sono le tecniche e le terapie usate per combattere “il vizio del fumo”, cercheremo di descriverle.

Cerotti antifumo transdermici: sono cerotti applicati sulla pelle rilasciano sostanze contenute in un gel che vengono assorbite e raggiungono il sistema nervoso. Il loro scopo è ridurre l’astinenza e quindi il bisogno di sigarette. Si trovano nelle farmacie e non è necessaria la ricetta medica; si tratta comunque di un medicinale che può avere controindicazioni (gravidanza, circolazione ecc.) ed effetti collaterali (insonnia, tachicardia ecc). Per questo meglio parlarne con il vostro medico.

Gomme da masticare: sono gomme a base di nicotina, occorre tenerle in bocca per 30/45 minuti in modo che la nicotina venga assorbita. Anch’esse si trovano senza ricetta in farmacia ma valgono le stesse avvertenze dette prima.

Orecchino ed agopuntura: l’orecchino viene inserito da un agopuntore ed ha lo scopo di ridurre l’ansia da astinenza e la voglia di fumare.

Aspirare o annusare: esistono dei bocchini (da non usare con la sigaretta!) che rilasciano nicotina, che viene assorbita dalle mucose della bocca che allevia la voglia di fumare.

Ipnosi: è un sistema che si basa sull’indurre delle suggestioni sgradevoli associate alla sigaretta e sensazioni di libertà dalla nicotina.

Fumare è un’esperienza di apprendimento allora ci si deve convincere che si può disimparare a farlo, senza che sia necessariamente tanto difficile e penoso. Rimane la rinuncia e il fatto che, senza cadere nella retorica, può essere un regalo che fate alla vostra salute ed un aiuto a dare un senso di libertà alla propria vita.

Fumo: come smettere? Fa male: lo sappiamo tutti ma allora perché fumiamo?

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Le Motivazioni

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le-basi-neurobiologiche-della-motivazione_1319Le motivazioni costituiscono un’organizzazione più o meno durevole di forze, nell’ambito della personalità, coerentemente orientate e mediate dai processi intrapsichici ed interpersonali. Tali motivazioni attingono ai bisogni più primitivi dell’individuo, come alle esigenze indotte dalla educazione e dalle situazioni ambientali del presente. Queste esigenze risultano tanto più profonde ed importanti quanto più presto esercitano la loro influenza sulla storia e sulla vita dell’individuo.

L’ambiente comprende la realtà storica, sociale, familiare, economica, esistenziale, lavorativa, educativa, ecc. in cui l’individuo vive immerso fin dalla nascita. Rappresenta il calco sociale che determina da un lato l’ interiorizzazione di sistemi normativi d’atteggiamento e di valore e dall’altro l’assunzione di ambiti di comportamento prescritti dai ruoli sociali.

La cultura è il perimetro più esterno entro cui possono prendere vita e manifestarsi le possibilità degli individui in termini di personalità. La cultura offre la possibilità all’individuo di non sperimentare nuove forme di comportamento, ma anzi di utilizzare in gran parte quelle forme approntate e trasmesse dalle generazioni precedenti (eredità culturale).gruppo, team

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il gioco

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Non è facile definire cosa esattamente si intenda per gioco.

Secondo una prima interpretazione il gioco è una attività fine a sé stessa,cioè “una finalità senza fine” ma non degradata, che è piacevole di per sè e si sottrae alle categorie temporali e che proprio per queste caratteristiche si contrappone alla attività lavorativa.

Il gioco è come una attività biologica,finalizzata a ripristinare l’equilibrio neurodinamico mediante una scarica motoria in cui viene liberato un surplus energetico.

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Il gioco è una attività piacevole in quanto nella libertà di scelta e d’approccio risultano gratificate esigenze profonde di natura affettiva.

Bambini felici

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Sognare

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sognare, significato dei sogni, capire i sogni

 

Dopo 10 minuti circa dal risveglio ben il 90% di quello che abbiamo sognato è stato dimenticato.
E ci aggiungerei purtroppo…

Non credete a chi vi dice “Io non sogno mai” perchè semplicemente, dimentica. Gli uomini tendono a sognare maggiormente altri uomini mentre le donne sognano in maniera equa persone di entrambi i sessi. Anche i sogni erotici sono distribuiti in maniera uguale tra i generi , infatti sia maschi che femmine fanno lo stesso numero di “sogni a contenuto erotico” per notte.

 

sogni, capire i sogni, interpretare i sogni

Ho bisogno di sogni. Non vivo senza. Uno studio ha dimostrato che le persone svegliate all’inizio di ogni sogno ma non private delle 8 ore di sonno hanno problemi di irritabilità, concentrazione, allucinazioni e dopo 3 giorni cominciano a sviluppare sintomi di psicosi varie.

Quando sognate una persona, un posto, un’auto o altre cose che credete di non aver mai visto prima, vi sbagliate. Sogniamo solo quello che conosciamo o abbiamo visto, quindi quella vecchietta di settant’anni circa che vi faceva delle avances potrebbe essere stata in fila davanti a voi al supermercato quando avevate 8 anni .

sognare, interpretazione dei sogni Freud

Un buon 12% delle persone sogna in bianco e nero. Cambia poco, anche perchè i loro sogni trattano gli stessi “argomenti” di quelli a colori, ma quel poco è molto interessante: i sogni violenti hanno un impatto emozionale maggiore su chi sogna a colori piuttosto che in bianco e nero.

– I sogni non trattano quello che sembra.

– Tutto è altamente simbolico in un sogno.

 – Stimoli esterni invadono i sogni.

sogni, attività onirica, il significato dei sogni

Mentre dormiamo siamo paralizzati. Il nostro corpo è virtualmente paralizzato durante la fase REM, probabilmente per evitarci di mettere in atto quello che sogniamo (che potrebbe essere pericoloso o strano).

Se vuoi parlare con me dei tuoi sogni inviami un messaggio privato compilando questo modulo

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L’adolescenza: un pianeta da esplorare e aiutare

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Adolescenti e Genitori

a cura di Emanuela Boldrin
L’adolescenza è una fase che a volte crea intolleranze, ansia, conflitti nella famiglia che non è preparata a gestirla e può provocare incomprensioni e confusione di ruoli.

Il desiderio di ribellione fa parte di uno degli aspetti difficili da accettare nell’adolescente
con le loro richieste di piercing, di capelli biondi o di cellulari nuovi, così come diventa impegnativo ascoltarli nell’importanza della loro delicata sensibilità.

INSEGNARE E DARE RISPETTO

Una prima regola nella corretta educazione da dare ad un giovane è il rispetto delle norme ma anche dei rispettivi bisogni. Rispettare i programmi e le esigenze del ragazzo come fossero importanti tanto quanto i nostri ci sostiene nel far accettare altre indicazioni. Quando si deve scegliere fra la nostra priorità e le loro richieste serve collaborare nella scelta chiedendo loro come si può fare per partecipare alla risoluzione del problema.

In questo modo spesso si ottiene la fiducia ed il riconoscimento delle loro esigenze, senza ricorrere all’imposizione della propria decisione.

RICONOSCERGLI UNO SPAZIO

Quando il ragazzo risponde a monosillabi, evita lo sguardo, sbuffa quando deve condividere qualcosa con gli adulti o si sente minacciato dalle domande inquisitorie del genitore, il messaggio che ci vuole esprimere è quello di ottenere uno spazio. Può essere uno spazio nel senso logistico ad esempio una stanza sua, o del suo tempo magari per navigare solo con la fantasia oppure uno spazio nelle sue aspirazioni come il desiderio di affrontare sfide ed esperienze nuove.

Le domande di cosa fa o ha fatto possono essere interpretate dall’adolescente come una violazione della sua privacy, un controllo delle sue azioni ed è frequente che sbotti o che ci accusi di non fidarci di lui.

Il suggerimento è aggirare l’ostacolo chiedendogli come ha trascorso la giornata, quale è stato il momento più significativo per lui, con quale amico ha giocato ecc. in questo modo si fornisce un ascolto e si conoscono indirettamente tante cose.

ASCOLTARLO

Il genitore spesso si lamenta di non essere ascoltato nei solleciti di studiare, di ordinare le proprie cose, di rispettare gli orari ecc. ma noi siamo proprio sicuri di ascoltarli correttamente e completamente, soprattutto nelle loro emozioni?

A questa età le esperienze vengono vissute in modo amplificato, esiste un’ipersensibilità su tutto, le fasi di innamoramento sono travolgenti, gli impulsi anche ormonali incontrollabili ed emotivamente le delusioni lasciano tracce importanti nella autostima e della sicurezza di sé.

Per questo l’adulto deve impegnarsi ad ascoltare con attenzione le parole dette e l’atteggiamento assunto per aiutare il ragazzo ad arginare le esuberanze e sopire le inquietudini. Le risposte da dare sono di considerare il momento difficile, senza esprimere svalutazioni dei loro sentimenti e magari a creare un ponte fra l’adulto ed il ragazzo accennando alle situazioni simili che da giovani anche il genitore ricorda di aver vissuto.

RESPONSABILITÀ

Può esserci la tendenza nel genitore di avere aspettative maggiori nel senso di responsabilità del figlio o attivare confronti in cui lui era più bravo, più ubbidiente e rispettoso delle regole o nel versante opposto tendere a proteggerlo troppo in una campana di vetro. In questo modo non lo si aiuta ad assumersi le responsabilità.

Occorre educarlo a fare delle scelte e ad accettare le conseguenze delle sue azioni. Questo comporta dargli fiducia, gratificarlo nelle azioni positive e sostenerlo negli insuccessi che possono renderlo insicuro.

COERENZA

Molte insicurezze vengono accentuate nell’adolescente se scivoliamo nei messaggi contraddittori. Le minacce di punizioni non mantenute, le promesse di premi slittate troppo nel tempo, gli atteggiamenti diversi o opposti dei due genitori sulla stessa cosa, sminuiscono il potere contrattuale dell’adulto ed il ragazzo tenderà a sfruttare la posizione più conveniente e si rivolgerà alla persona che gli dà più veloce o soddisfacente ascolto.

Se si promette bisogna mantenere con scrupolosità. Se l’azione è impossibile si rinvia a breve dopo aver sottolineato che anche per noi mantenere i patti è una cosa importante.

RINFORZARE L’AUTOSTIMA

L’adolescente spesso sottolinea i propri limiti e difetti in modo esasperato, un brufolo, essere escluso da una partita o non partecipare ad una festa possono essere vissuti come tragedie o motivi di emarginazione.

E’ bene riconoscere il disagio cercando di ridurlo, rinforzando il fatto che si è ugualmente orgogliosi di lui, che è bravo lo stesso, che gli amici lo accettato lo stesso o che fisicamente piace ugualmente.

COSA FARE DOPO UN CONFLITTO?

Le liti furibonde per l’uso della playstation, per l’acquisto del motorino o per l’uscita con gli amici può creare risentimenti profondi e orgogli reciproci che impediscono di far pace subito o del tutto.

A volte si crea una sfida a chi resiste per più tempo col muso lungo e questo alimenta
sofferenze inutili. La cosa migliore è lasciare solo il tempo necessario per sbollire la rabbia
poi riconciliarsi. La modalità può essere chiedere scusa se siamo noi adulti ad aver reagito con troppa impulsività, riaprire la questione minimizzandola se la cosa è di comune responsabilità analizzandola, o anche lasciare decadere ogni spiegazione e semplicemente riaprire il dialogo decidendo di far pace.

LA QUESTIONE DELLA LIBERTA’

La libertà è un tema dominante nell’adolescenza. Da un lato la paura dei pericoli, dall’altro la voglia di essere autonomi, diventano due lati della medaglia difficili da affrontare con equilibrio. La principale attenzione è mentalmente aprirsi al fatto che il ragazzo sta diventando grande e non è più un cucciolo da accudire.

Limare le sue esuberanze quando si butta nelle esperienze nuove è certamente utile, ma il suggerimento è spingerlo verso l’autonomia anche se lo porta a vivere momenti difficili o delusioni perché lo spronano ad uscirne con le proprie forze, lo prepariamo nella vita ad affrontare anche punizioni o insuccessi.

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Articoli

Il benessere

By paolo.bartaliniCommenti disabilitati su Il benessere

IL CORPO E LA MENTE: LA COMUNICAZIONE COME CONTRIBUTO AL BENESSERE ED ALL’INTEGRAZIONE DI ENTRAMBI di B E.

IL BENESSERE


Il termine Benessere deriva da ben – essere = “stare bene” o “esistere bene” ed è uno stato che coinvolge tutti gli aspetti dell’essere umano.

Nel passato il significato di benessere coincideva con la salute fisica, ora ha assunto un significato più ampio, arrivando a coinvolgere tutti gli aspetti mentali, sociali, relazionali e spirituali.

Pensando alla parola Benessere si affacciano alla mente immagini e sensazioni positive: rilassamento, tranquillità, cura, vitalità, salute, equilibrio, positività, affettività, pace, silenzio, armonia…..

Il benessere si colloca anche nella relazione e nel sentimento con l’altro e con se stessi.“Armonizzare le funzioni della nostra personalità, valorizzare l’intenso bisogno dell’altro, soprattutto espresso nella necessità di dare e ricevere amore aiuta a risvegliare le naturali sapienze e felicità latenti in ogni persona.”(Ferrini M. 2011)

In tutti questi contesti entra in gioco un saper bene percepire e comunicare le sensazioni positive, sia attraverso gli aspetti del tono e dell’uso delle parole sia con i movimenti e con i gesti che trasmettono un’energia positiva con l’ambiente e con noi stessi. Pensiamo al tocco, al contatto corporeo, alla carezza, al massaggio ma anche al piacere che può offrirci uno sguardo o un sorriso.

Può essere utile descrivere alcuni concetti di base per collocare il significato di comunicazione e benessere ed il legame fra i due.

benessere-psicologico

LA COMUNICAZIONE


La parola COMUNICAZIONE deriva dal latino cum = con, e munire = legare, costruire, il significato communico sempre in latino corrisponde a mettere in comune, far partecipe.

Le principali regole sulla comunicazione sono:

  • non si puo’ non comunicare
  • il comportamento non ha il suo opposto
  • l’attività’ e l’inattività, le parole e i silenzi hanno tutti il valore di messaggio
  • non esiste la non comunicazione

Paul Watzlawich, nella sua fondamentale opera sulla comunicazione sottolinea un principio essenziale della comunicazione: Ogni comunicazione procede su due livelli, il piano del contenuto ed il piano della relazione, ed è quest’ultimo a definire il primo. (Watzlawich, 1971)

Mediante le parole trasmettiamo delle informazioni e con i segnali del corpo diamo “informazioni alle informazioni”. Mentre la comunicazione verbale è guidata dall’intenzione, i gesti inconsapevoli del corpo sono un linguaggio più sincero: quando ci rapportiamo con gli altri, infatti, riusciamo a controllare le parole, ma non possiamo sempre gestire i movimenti, le espressioni attraverso le quali il corpo tradisce il vero stato d’animo.

Pensiamo all’importanza del linguaggio del corpo nel bambino attraverso gli abbracci, il calore della propria pelle a contatto con quella della madre ed a quanto si sente rassicurato nello stabilire i primi rapporti col mondo esterno.

bkg-benessere

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Le 11 idee irrazionali (o disfunzionali) di Albert Ellis

By paolo.bartalini4 Comments

Il termine “idee irrazionali” viene coniato da Albert Ellis (Ellis, 1957-1962) fondatore della RET, Terapia Razionale Emotiva.
Ellis ha individuato 11 convinzioni disfunzionali che rappresentano ideologie, convinzioni e atteggiamenti correlati ai più importanti disturbi emotivi e comportamentali.

1) Io, essere umano adulto, ho assoluto bisogno (estrema necessità o esigenza) di venire (sempre) amato, stimato e approvato (o almeno non giudicato male – o al minimo ignorato) da tutte le persone (che io ritengo) significative (importanti) del mio ambiente = da tutti quelli che dico io – altrimenti è gravissimo, orribile, terribile, catastrofico.

2) Io devo assolutamente essere (e/o dimostrarmi) sempre perfettamente adeguato, competente e di successo in tutto quello che faccio e sotto ogni rispetto (o almeno in questa cosa specifica, oppure in almeno una cosa) – altrimenti sono indegno di valore = valgo poco o niente.

3) Tutte le persone che dico io (compreso me stesso) devono assolutamente comportarsi (sempre) come mi pare giusto (come dico io) – altrimenti sono intrinsecamente cattive, malvagie e scellerate, e quindi meritano di essere severamente condannate e punite (anche perché così imparano).

4) Tutte le cose devono assolutamente andare (sempre) come piacerebbe a me, come mi sembra giusto che vadano (insomma, come dico io) – altrimenti è inaccettabile, intollerabile, insopportabile (io non lo accetto, non lo tollero, non lo sopporto).

5) La mia infelicità (disagio, ansia, depressione, angoscia, rabbia, eccetera) dipende da cause esterne (o essenzialistiche) e quindi io posso fare poco o niente per cercare di controllare le mie pene e i miei disturbi (varianti: io reagisco così – sono fatto/a così – è la mia natura, il mio carattere, la mia personalità).

6) Siccome può succedere (succedermi) qualcosa di brutto, pericoloso o dannoso allora:
a) mi devo preoccupare in continuazione;
b) devo pensare che succederà (quasi) di sicuro;
c) che succederà nelle forme peggiori;
d) che non ci potrò (non ci si potrà, nessuno ci potrà) mai fare nulla;
e) e che tutto finirà nel modo più orribile, terribile e catastrofico.

7) Se qualcosa mi sembra difficile (perché richiede impegno, fatica, disagio, o una mia assunzione di responsabilità, ovvero mi provoca ansia) allora mi conviene evitarla piuttosto che affrontarla.

8) Io sono debole (insicuro/a, incapace, handicappato/a, emotivamente instabile e facilmente vulnerabile) e quindi ho bisogno di qualcuno più forte a cui appoggiarmi e da cui dipendere – altrimenti non ce la posso fare (a vivere, a esser felice, a lavorare, a muovermi, ecc.).

9) Il mio passato (la mia infanzia, le mie esperienze precoci) è la determinante assoluta delle mie condizioni attuali; e se una volta qualcosa ha avuto una forte influenza su di me, allora continuerà per sempre ad esercitare lo stesso effetto – quindi non c’è niente da fare (la mia personalità, il mio carattere è stato formato in questo modo e quindi non si può cambiare).

10) Se qualcuno (gli altri, tutti gli altri o tutti quelli che dico io) ha qualche problema o disturbo o sofferenza che gli fa fare (dire, pensare o sentire) qualcosa che non mi piace (che mi sembra sconveniente, irragionevole, dannoso, ingiusto, ecc.) allora io mi devo tremendamente sconvolgere per questo motivo.

11) E’ sempre possibile trovare una soluzione perfetta (o avere una sicurezza assoluta, ovvero un controllo completo) di fronte a qualsiasi problema umano, e quindi io la devo assolutamente raggiungere – altrimenti succederanno catastrofi ed orrori.

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