Resilienza

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La vita ci pone di fronte a situazioni difficili e dolorose: la perdita di persone care, una malattia, un incidente grave, che ci fanno provare emozioni intense, che ci portano a percepire un profondo senso di vulnerabilità. Generalmente, con il tempo, le persone riescono ad adattarsi a tali situazioni. Quello che fa adattare, però, non è solo il “tempo che guarisce”, ma c’è una parte di noi capace di fronteggiare situazioni difficili e di riorganizzare positivamente la propria vita, nonostante le difficoltà che farebbero pensare ad un esito negativo: questa capacità è la resilienza. Le persone resilienti sono quelle che, immerse in circostanze avverse, riescono, nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le avversità, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e perfino a raggiungere mete importanti (Wikipedia).

Il termine resilienza viene preso in prestito dal mondo della metallurgia ed indica la capacità di un materiale di conservare la propria struttura, dopo essere stato sottoposto a schiacciamento e deformazione. “La resilienza è una parola di derivazione latina che permette di descrivere il grado in cui una struttura metallica o mentale è capace di resistere a un urto, risultando così più o meno resiliente. La resilienza ti permette di perseguire i tuoi obiettivi nonostante i continui “no”, le sconfitte, e i traumi della vita: è quella forza che riesce a farti rialzare per la millesima volta e che ti consente di trovare una via di scampo dal dolore. Implica la possibilità di trasformare un evento doloroso in un processo di apprendimento e di crescita. Avere un alto livello di resilienza non significa evitare le difficoltà o essere dei Supereroi, ma significa essere disposti al cambiamento, alla rinuncia, all’accettazione quando necessario; disposti anche a pensare di poter sbagliare, ma anche di poter correggere la rotta. Rivalutare la propria sofferenza, modificare l’idea che si ha di essa, integrarla nella propria storia individuale, oltre che viverla come un valore aggiunto per la propria persona, che rende sensibili, a sua volta, anche alle sofferenze altrui.
Cantoni (2014) ha individuato cinque componenti che contribuiscono a sviluppare la resilienza

1)L’Ottimismo, cioè la disposizione a cogliere il lato buono delle cose. Chi è ottimista tende a sminuire le difficoltà della vita e a mantenere più lucidità per trovare soluzioni ai problemi (Seligman, 1996).
2) L’Autostima. Avere una bassa autostima ed essere molto autocritici, infatti, porta una bassa tolleranza delle critiche, cui si associa una più alta possibilità di sviluppare sintomi depressivi.
3) La Robustezza psicologica (Hardiness). che è a sua volta scomponibile in tre sotto-componenti, il controllo (la convinzione di essere in grado di controllare l’ambiente circostante, mobilitando quelle risorse utili per affrontare le situazioni), l’impegno (la chiara definizione di obiettivi significativi che facilita una visione positiva di ciò che si affronta) e la sfida, che include la visione dei cambiamenti come incentivi e opportunità di crescita piuttosto che come minaccia alle proprie sicurezze.
4) Le emozioni positive, ovvero il focalizzarsi su quello che si possiede invece che su ciò che ci manca.
5) Il supporto sociale, sentire di essere oggetto di amore e di cure, di essere stimati e apprezzati.
6) Cosa ci può aiutare per diventare più resilienti? – Una visione positiva di sé e la capacità di accettarsi con pregi e difetti; – La capacità di porsi traguardi realistici; – Un buona gestione delle proprie emozioni; –
Coltivare le relazioni sociali; – Prendere esempio da persone resilienti – Imparare a chiedere aiuto “Sii come il bambù, fuori duro e compatto, dentro morbido e cavo. Le sue radici sono saldamente confitte nel terreno e si intrecciano con quelle di altre piante per raffozzarsi e sorreggersi a vicenda. Lo stelo si lascia investire liberamente dal vento, e lungi dal resistergli, si piega. Ciò che si piega è molto più difficile a spezzarsi.”.

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Perchè si fuma?

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La sigaretta è ricca di componenti e in più è una sostanza di facile accesso, alla portata di tutti, non occorrono ricette, né permessi, è socialmente accettata quindi è, come dice Arnao, la “droga perfetta”.

Da esperimenti è emerso che la nicotina migliora le capacità di apprendimento, della memoria e forse è legato a questo che si fuma di più nei momenti di lavoro e di massima concentrazione. Ma nello stesso tempo può avere effetto depressivo e rilassante ed allora si fuma quando ci si sente irritabili, nervosi e tesi.

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Sembra che la sigaretta sia un passepartout, buona in tutte le occasioni, può esser stimolante e sedativa. Qualcuno la usa per tirarsi su ed altri per regalarsi un momento di relax.

IL RITUALE DEL FUMARE

Se pensiamo etimologicamente alla parola “smoking” indica l’abito maschile elegante usato durante le riunioni tra uomini, dove si parla di cose virili, – guerra o politica -, fumando sigari o pipa o sigarette.

Ma il gesto del fumare contiene anche elementi innegabilmente femminili, la bocca col suo signifi cato simbolico, la penetrazione del fumo e la sua espulsione, il piacere della lontana suzione del seno. Nel rituale del fumare e nella sua simbologia, il fuoco, la brace, hanno molti signifi cati sia magici, come purificazione o distruzione, che sessuali (nei sogni il fuoco allude ad attività sessuali o masturbazione).

Nelle culture primitive il tabacco veniva usato nelle cerimonie, a volte per il suo effetto distensivo, di benessere, altre volte per le sue capacità inebrianti, come il calumè della pace dei pellerossa. Il fumo inoltre ha anche aspetti socializzanti: è piacevole fumare quando si è in gruppo, se si è soli si è in compagnia della sigaretta, si possono stringere nuove amicizie con l’offerta del fumo, o riempire una vicinanza senza bisogno di parole, è un’intimità oltre la verbalizzazione (ricordiamo la sigaretta fumata dopo l’amore).

TIPI DI ASTINENZA

Ognuno ha un’astinenza soggettiva legata alle condizioni fisiche ed alla personalità del fumatore.

Dipendenza fisica: è causata dalla continua assunzione di nicotina, quando si smette avviene una crisi di astinenza. I sintomi sono disturbi del sonno, tremori, palpitazioni, aumento di appetito. La nicotina è una sostanza molto tossica, pensiamo che il contenuto di due pacchetti di sigarette se assunta in un solo momento è mortale!

Dipendenza psicologica: è causata dai gesti e rituali del fumare. Alcuni fattori sono quelli sociali (atteggiamento per darsi un contegno ecc.), psicologici (bisogni orali o di rassicurazione o di calma ecc.) I sintomi sono assuefazione, ansia, irritabilità e nervosismo.

AIUTI E TERAPIE PER CHI VUOLE SMETTERE

Sappiamo che è difficile smettere se non si è maturata una serie di motivazioni, se non si è deciso con determinazione. Molte sono le tecniche e le terapie usate per combattere “il vizio del fumo”, cercheremo di descriverle.

Cerotti antifumo transdermici: sono cerotti applicati sulla pelle rilasciano sostanze contenute in un gel che vengono assorbite e raggiungono il sistema nervoso. Il loro scopo è ridurre l’astinenza e quindi il bisogno di sigarette. Si trovano nelle farmacie e non è necessaria la ricetta medica; si tratta comunque di un medicinale che può avere controindicazioni (gravidanza, circolazione ecc.) ed effetti collaterali (insonnia, tachicardia ecc). Per questo meglio parlarne con il vostro medico.

Gomme da masticare: sono gomme a base di nicotina, occorre tenerle in bocca per 30/45 minuti in modo che la nicotina venga assorbita. Anch’esse si trovano senza ricetta in farmacia ma valgono le stesse avvertenze dette prima.

Orecchino ed agopuntura: l’orecchino viene inserito da un agopuntore ed ha lo scopo di ridurre l’ansia da astinenza e la voglia di fumare.

Aspirare o annusare: esistono dei bocchini (da non usare con la sigaretta!) che rilasciano nicotina, che viene assorbita dalle mucose della bocca che allevia la voglia di fumare.

Ipnosi: è un sistema che si basa sull’indurre delle suggestioni sgradevoli associate alla sigaretta e sensazioni di libertà dalla nicotina.

Fumare è un’esperienza di apprendimento allora ci si deve convincere che si può disimparare a farlo, senza che sia necessariamente tanto difficile e penoso. Rimane la rinuncia e il fatto che, senza cadere nella retorica, può essere un regalo che fate alla vostra salute ed un aiuto a dare un senso di libertà alla propria vita.

Fumo: come smettere? Fa male: lo sappiamo tutti ma allora perché fumiamo?

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Le Motivazioni

By paolo.bartaliniNo Comments

le-basi-neurobiologiche-della-motivazione_1319Le motivazioni costituiscono un’organizzazione più o meno durevole di forze, nell’ambito della personalità, coerentemente orientate e mediate dai processi intrapsichici ed interpersonali. Tali motivazioni attingono ai bisogni più primitivi dell’individuo, come alle esigenze indotte dalla educazione e dalle situazioni ambientali del presente. Queste esigenze risultano tanto più profonde ed importanti quanto più presto esercitano la loro influenza sulla storia e sulla vita dell’individuo.

L’ambiente comprende la realtà storica, sociale, familiare, economica, esistenziale, lavorativa, educativa, ecc. in cui l’individuo vive immerso fin dalla nascita. Rappresenta il calco sociale che determina da un lato l’ interiorizzazione di sistemi normativi d’atteggiamento e di valore e dall’altro l’assunzione di ambiti di comportamento prescritti dai ruoli sociali.

La cultura è il perimetro più esterno entro cui possono prendere vita e manifestarsi le possibilità degli individui in termini di personalità. La cultura offre la possibilità all’individuo di non sperimentare nuove forme di comportamento, ma anzi di utilizzare in gran parte quelle forme approntate e trasmesse dalle generazioni precedenti (eredità culturale).gruppo, team

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il gioco

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Non è facile definire cosa esattamente si intenda per gioco.

Secondo una prima interpretazione il gioco è una attività fine a sé stessa,cioè “una finalità senza fine” ma non degradata, che è piacevole di per sè e si sottrae alle categorie temporali e che proprio per queste caratteristiche si contrappone alla attività lavorativa.

Il gioco è come una attività biologica,finalizzata a ripristinare l’equilibrio neurodinamico mediante una scarica motoria in cui viene liberato un surplus energetico.

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Il gioco è una attività piacevole in quanto nella libertà di scelta e d’approccio risultano gratificate esigenze profonde di natura affettiva.

Bambini felici

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Sognare

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sognare, significato dei sogni, capire i sogni

 

Dopo 10 minuti circa dal risveglio ben il 90% di quello che abbiamo sognato è stato dimenticato.
E ci aggiungerei purtroppo…

Non credete a chi vi dice “Io non sogno mai” perchè semplicemente, dimentica. Gli uomini tendono a sognare maggiormente altri uomini mentre le donne sognano in maniera equa persone di entrambi i sessi. Anche i sogni erotici sono distribuiti in maniera uguale tra i generi , infatti sia maschi che femmine fanno lo stesso numero di “sogni a contenuto erotico” per notte.

 

sogni, capire i sogni, interpretare i sogni

Ho bisogno di sogni. Non vivo senza. Uno studio ha dimostrato che le persone svegliate all’inizio di ogni sogno ma non private delle 8 ore di sonno hanno problemi di irritabilità, concentrazione, allucinazioni e dopo 3 giorni cominciano a sviluppare sintomi di psicosi varie.

Quando sognate una persona, un posto, un’auto o altre cose che credete di non aver mai visto prima, vi sbagliate. Sogniamo solo quello che conosciamo o abbiamo visto, quindi quella vecchietta di settant’anni circa che vi faceva delle avances potrebbe essere stata in fila davanti a voi al supermercato quando avevate 8 anni .

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Un buon 12% delle persone sogna in bianco e nero. Cambia poco, anche perchè i loro sogni trattano gli stessi “argomenti” di quelli a colori, ma quel poco è molto interessante: i sogni violenti hanno un impatto emozionale maggiore su chi sogna a colori piuttosto che in bianco e nero.

– I sogni non trattano quello che sembra.

– Tutto è altamente simbolico in un sogno.

 – Stimoli esterni invadono i sogni.

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Mentre dormiamo siamo paralizzati. Il nostro corpo è virtualmente paralizzato durante la fase REM, probabilmente per evitarci di mettere in atto quello che sogniamo (che potrebbe essere pericoloso o strano).

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L’adolescenza: un pianeta da esplorare e aiutare

By paolo.bartaliniNo Comments

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Adolescenti e Genitori

a cura di Emanuela Boldrin
L’adolescenza è una fase che a volte crea intolleranze, ansia, conflitti nella famiglia che non è preparata a gestirla e può provocare incomprensioni e confusione di ruoli.

Il desiderio di ribellione fa parte di uno degli aspetti difficili da accettare nell’adolescente
con le loro richieste di piercing, di capelli biondi o di cellulari nuovi, così come diventa impegnativo ascoltarli nell’importanza della loro delicata sensibilità.

INSEGNARE E DARE RISPETTO

Una prima regola nella corretta educazione da dare ad un giovane è il rispetto delle norme ma anche dei rispettivi bisogni. Rispettare i programmi e le esigenze del ragazzo come fossero importanti tanto quanto i nostri ci sostiene nel far accettare altre indicazioni. Quando si deve scegliere fra la nostra priorità e le loro richieste serve collaborare nella scelta chiedendo loro come si può fare per partecipare alla risoluzione del problema.

In questo modo spesso si ottiene la fiducia ed il riconoscimento delle loro esigenze, senza ricorrere all’imposizione della propria decisione.

RICONOSCERGLI UNO SPAZIO

Quando il ragazzo risponde a monosillabi, evita lo sguardo, sbuffa quando deve condividere qualcosa con gli adulti o si sente minacciato dalle domande inquisitorie del genitore, il messaggio che ci vuole esprimere è quello di ottenere uno spazio. Può essere uno spazio nel senso logistico ad esempio una stanza sua, o del suo tempo magari per navigare solo con la fantasia oppure uno spazio nelle sue aspirazioni come il desiderio di affrontare sfide ed esperienze nuove.

Le domande di cosa fa o ha fatto possono essere interpretate dall’adolescente come una violazione della sua privacy, un controllo delle sue azioni ed è frequente che sbotti o che ci accusi di non fidarci di lui.

Il suggerimento è aggirare l’ostacolo chiedendogli come ha trascorso la giornata, quale è stato il momento più significativo per lui, con quale amico ha giocato ecc. in questo modo si fornisce un ascolto e si conoscono indirettamente tante cose.

ASCOLTARLO

Il genitore spesso si lamenta di non essere ascoltato nei solleciti di studiare, di ordinare le proprie cose, di rispettare gli orari ecc. ma noi siamo proprio sicuri di ascoltarli correttamente e completamente, soprattutto nelle loro emozioni?

A questa età le esperienze vengono vissute in modo amplificato, esiste un’ipersensibilità su tutto, le fasi di innamoramento sono travolgenti, gli impulsi anche ormonali incontrollabili ed emotivamente le delusioni lasciano tracce importanti nella autostima e della sicurezza di sé.

Per questo l’adulto deve impegnarsi ad ascoltare con attenzione le parole dette e l’atteggiamento assunto per aiutare il ragazzo ad arginare le esuberanze e sopire le inquietudini. Le risposte da dare sono di considerare il momento difficile, senza esprimere svalutazioni dei loro sentimenti e magari a creare un ponte fra l’adulto ed il ragazzo accennando alle situazioni simili che da giovani anche il genitore ricorda di aver vissuto.

RESPONSABILITÀ

Può esserci la tendenza nel genitore di avere aspettative maggiori nel senso di responsabilità del figlio o attivare confronti in cui lui era più bravo, più ubbidiente e rispettoso delle regole o nel versante opposto tendere a proteggerlo troppo in una campana di vetro. In questo modo non lo si aiuta ad assumersi le responsabilità.

Occorre educarlo a fare delle scelte e ad accettare le conseguenze delle sue azioni. Questo comporta dargli fiducia, gratificarlo nelle azioni positive e sostenerlo negli insuccessi che possono renderlo insicuro.

COERENZA

Molte insicurezze vengono accentuate nell’adolescente se scivoliamo nei messaggi contraddittori. Le minacce di punizioni non mantenute, le promesse di premi slittate troppo nel tempo, gli atteggiamenti diversi o opposti dei due genitori sulla stessa cosa, sminuiscono il potere contrattuale dell’adulto ed il ragazzo tenderà a sfruttare la posizione più conveniente e si rivolgerà alla persona che gli dà più veloce o soddisfacente ascolto.

Se si promette bisogna mantenere con scrupolosità. Se l’azione è impossibile si rinvia a breve dopo aver sottolineato che anche per noi mantenere i patti è una cosa importante.

RINFORZARE L’AUTOSTIMA

L’adolescente spesso sottolinea i propri limiti e difetti in modo esasperato, un brufolo, essere escluso da una partita o non partecipare ad una festa possono essere vissuti come tragedie o motivi di emarginazione.

E’ bene riconoscere il disagio cercando di ridurlo, rinforzando il fatto che si è ugualmente orgogliosi di lui, che è bravo lo stesso, che gli amici lo accettato lo stesso o che fisicamente piace ugualmente.

COSA FARE DOPO UN CONFLITTO?

Le liti furibonde per l’uso della playstation, per l’acquisto del motorino o per l’uscita con gli amici può creare risentimenti profondi e orgogli reciproci che impediscono di far pace subito o del tutto.

A volte si crea una sfida a chi resiste per più tempo col muso lungo e questo alimenta
sofferenze inutili. La cosa migliore è lasciare solo il tempo necessario per sbollire la rabbia
poi riconciliarsi. La modalità può essere chiedere scusa se siamo noi adulti ad aver reagito con troppa impulsività, riaprire la questione minimizzandola se la cosa è di comune responsabilità analizzandola, o anche lasciare decadere ogni spiegazione e semplicemente riaprire il dialogo decidendo di far pace.

LA QUESTIONE DELLA LIBERTA’

La libertà è un tema dominante nell’adolescenza. Da un lato la paura dei pericoli, dall’altro la voglia di essere autonomi, diventano due lati della medaglia difficili da affrontare con equilibrio. La principale attenzione è mentalmente aprirsi al fatto che il ragazzo sta diventando grande e non è più un cucciolo da accudire.

Limare le sue esuberanze quando si butta nelle esperienze nuove è certamente utile, ma il suggerimento è spingerlo verso l’autonomia anche se lo porta a vivere momenti difficili o delusioni perché lo spronano ad uscirne con le proprie forze, lo prepariamo nella vita ad affrontare anche punizioni o insuccessi.

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Il benessere

By paolo.bartaliniNo Comments

IL CORPO E LA MENTE: LA COMUNICAZIONE COME CONTRIBUTO AL BENESSERE ED ALL’INTEGRAZIONE DI ENTRAMBI di B E.

IL BENESSERE


Il termine Benessere deriva da ben – essere = “stare bene” o “esistere bene” ed è uno stato che coinvolge tutti gli aspetti dell’essere umano.

Nel passato il significato di benessere coincideva con la salute fisica, ora ha assunto un significato più ampio, arrivando a coinvolgere tutti gli aspetti mentali, sociali, relazionali e spirituali.

Pensando alla parola Benessere si affacciano alla mente immagini e sensazioni positive: rilassamento, tranquillità, cura, vitalità, salute, equilibrio, positività, affettività, pace, silenzio, armonia…..

Il benessere si colloca anche nella relazione e nel sentimento con l’altro e con se stessi.“Armonizzare le funzioni della nostra personalità, valorizzare l’intenso bisogno dell’altro, soprattutto espresso nella necessità di dare e ricevere amore aiuta a risvegliare le naturali sapienze e felicità latenti in ogni persona.”(Ferrini M. 2011)

In tutti questi contesti entra in gioco un saper bene percepire e comunicare le sensazioni positive, sia attraverso gli aspetti del tono e dell’uso delle parole sia con i movimenti e con i gesti che trasmettono un’energia positiva con l’ambiente e con noi stessi. Pensiamo al tocco, al contatto corporeo, alla carezza, al massaggio ma anche al piacere che può offrirci uno sguardo o un sorriso.

Può essere utile descrivere alcuni concetti di base per collocare il significato di comunicazione e benessere ed il legame fra i due.

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LA COMUNICAZIONE


La parola COMUNICAZIONE deriva dal latino cum = con, e munire = legare, costruire, il significato communico sempre in latino corrisponde a mettere in comune, far partecipe.

Le principali regole sulla comunicazione sono:

  • non si puo’ non comunicare
  • il comportamento non ha il suo opposto
  • l’attività’ e l’inattività, le parole e i silenzi hanno tutti il valore di messaggio
  • non esiste la non comunicazione

Paul Watzlawich, nella sua fondamentale opera sulla comunicazione sottolinea un principio essenziale della comunicazione: Ogni comunicazione procede su due livelli, il piano del contenuto ed il piano della relazione, ed è quest’ultimo a definire il primo. (Watzlawich, 1971)

Mediante le parole trasmettiamo delle informazioni e con i segnali del corpo diamo “informazioni alle informazioni”. Mentre la comunicazione verbale è guidata dall’intenzione, i gesti inconsapevoli del corpo sono un linguaggio più sincero: quando ci rapportiamo con gli altri, infatti, riusciamo a controllare le parole, ma non possiamo sempre gestire i movimenti, le espressioni attraverso le quali il corpo tradisce il vero stato d’animo.

Pensiamo all’importanza del linguaggio del corpo nel bambino attraverso gli abbracci, il calore della propria pelle a contatto con quella della madre ed a quanto si sente rassicurato nello stabilire i primi rapporti col mondo esterno.

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Le 11 idee irrazionali (o disfunzionali) di Albert Ellis

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Il termine “idee irrazionali” viene coniato da Albert Ellis (Ellis, 1957-1962) fondatore della RET, Terapia Razionale Emotiva.
Ellis ha individuato 11 convinzioni disfunzionali che rappresentano ideologie, convinzioni e atteggiamenti correlati ai più importanti disturbi emotivi e comportamentali.

1) Io, essere umano adulto, ho assoluto bisogno (estrema necessità o esigenza) di venire (sempre) amato, stimato e approvato (o almeno non giudicato male – o al minimo ignorato) da tutte le persone (che io ritengo) significative (importanti) del mio ambiente = da tutti quelli che dico io – altrimenti è gravissimo, orribile, terribile, catastrofico.

2) Io devo assolutamente essere (e/o dimostrarmi) sempre perfettamente adeguato, competente e di successo in tutto quello che faccio e sotto ogni rispetto (o almeno in questa cosa specifica, oppure in almeno una cosa) – altrimenti sono indegno di valore = valgo poco o niente.

3) Tutte le persone che dico io (compreso me stesso) devono assolutamente comportarsi (sempre) come mi pare giusto (come dico io) – altrimenti sono intrinsecamente cattive, malvagie e scellerate, e quindi meritano di essere severamente condannate e punite (anche perché così imparano).

4) Tutte le cose devono assolutamente andare (sempre) come piacerebbe a me, come mi sembra giusto che vadano (insomma, come dico io) – altrimenti è inaccettabile, intollerabile, insopportabile (io non lo accetto, non lo tollero, non lo sopporto).

5) La mia infelicità (disagio, ansia, depressione, angoscia, rabbia, eccetera) dipende da cause esterne (o essenzialistiche) e quindi io posso fare poco o niente per cercare di controllare le mie pene e i miei disturbi (varianti: io reagisco così – sono fatto/a così – è la mia natura, il mio carattere, la mia personalità).

6) Siccome può succedere (succedermi) qualcosa di brutto, pericoloso o dannoso allora:
a) mi devo preoccupare in continuazione;
b) devo pensare che succederà (quasi) di sicuro;
c) che succederà nelle forme peggiori;
d) che non ci potrò (non ci si potrà, nessuno ci potrà) mai fare nulla;
e) e che tutto finirà nel modo più orribile, terribile e catastrofico.

7) Se qualcosa mi sembra difficile (perché richiede impegno, fatica, disagio, o una mia assunzione di responsabilità, ovvero mi provoca ansia) allora mi conviene evitarla piuttosto che affrontarla.

8) Io sono debole (insicuro/a, incapace, handicappato/a, emotivamente instabile e facilmente vulnerabile) e quindi ho bisogno di qualcuno più forte a cui appoggiarmi e da cui dipendere – altrimenti non ce la posso fare (a vivere, a esser felice, a lavorare, a muovermi, ecc.).

9) Il mio passato (la mia infanzia, le mie esperienze precoci) è la determinante assoluta delle mie condizioni attuali; e se una volta qualcosa ha avuto una forte influenza su di me, allora continuerà per sempre ad esercitare lo stesso effetto – quindi non c’è niente da fare (la mia personalità, il mio carattere è stato formato in questo modo e quindi non si può cambiare).

10) Se qualcuno (gli altri, tutti gli altri o tutti quelli che dico io) ha qualche problema o disturbo o sofferenza che gli fa fare (dire, pensare o sentire) qualcosa che non mi piace (che mi sembra sconveniente, irragionevole, dannoso, ingiusto, ecc.) allora io mi devo tremendamente sconvolgere per questo motivo.

11) E’ sempre possibile trovare una soluzione perfetta (o avere una sicurezza assoluta, ovvero un controllo completo) di fronte a qualsiasi problema umano, e quindi io la devo assolutamente raggiungere – altrimenti succederanno catastrofi ed orrori.

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Il mobbing

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Questa parola deriva dall’inglese “to mob”, letteralmente “assalire”, ma può essere meglio definita come una “sindrome di accerchiamento”.

a cura della dott.ssa Emanuela Boldrin – Psicologa

“Il mobbing non riguarda solo il rapporto tra datore di lavoro e il lavoratore – ha mobbing quando un dipendente è oggetto ripetuto di attacchi da parte dei superiori (datore di lavoro) ma anche dei suoi colleghi di pari grado ed in particolare quando vengono attuati comportamenti diretti ad isolarlo, discriminarlo o comunque a provocarne un progressivo disadattamento lavorativo. Il mobbing è una forma di violenza
psicologica che si attua in ambito lavorativo e che implica la presenza di un aggressore (mobber) rappresentato da una o più persone di una vittima (il lavoratore aggredito) e di spettatori (i colleghi) che generalmente prendono le distanze dal malcapitato, nel timore
d’incorrere in ritorsioni personali. Viene esercitato attraverso una molteplicità di comportamenti ed in una certa percentuale probabilmente è sempre stata presente nelle organizzazioni.

Mobbing “orizzontale” e “verticale”

Si possono avere due tipi di mobbing:
VERTICALE – quando implica la gerarchia organizzativa:
a) mobbing strategico quello che viene attuato dall’azienda per rimuovere un dipendente scomodo
b) bossing è la forma più frequente usata nelle pubblica amministrazione in cui si tenta di estromettere il soggetto dal processo lavorativo
c) down – up è quando un gruppo di collaboratori si coalizza per estromettere il capo, svuotandolo di potere

ORIZZONTALE – è quello praticato dai colleghi meno frequente in Italia. Le azioni più ricorrenti da essere osservate sono:
1) attacchi alla possibilità di comunicare quando il capo o i colleghi limitano le possibilità di esprimersi della vittima, lo interrompono quando parla, lo criticano, ecc,
2) attacchi alle relazioni sociali quando il soggetto è sempre isolato, sembra che non esista
3) attacchi all’immagine sociale quando si sparla o si ridicolizza
4) attacchi alla qualità della situazione professionale e privata quando non gli si affidano più compiti da svolgere o si cambiano spesso
5) attacchi alla salute se lo si costringe a lavori che danneggiano la salute o
a scopo sessuale.

Heinz Leymann, medico tedesco vissuto in Svezia, è stato il primo ricercatore a dare, negli anni 80, una definizione completa di mobbing cioè di modalità di comunicazione ostile e non etica diretta sistematicamente da uno o più soggetti verso un solo individuo che è
così spinto e mantenuto in una condizione di impotenza, che lo porta a sofferenza mentale, psicosomatica e a disagio sociale.

Come riconoscerlo

Il mobbing non è uno stato ma un cambiamento del “clima” lavorativo. Le azioni che possono crearlo sono:

-impedire al lavoratore preso di mira di esprimersi,
-isolarlo,
-metterlo in difficoltà,
-svilire il suo lavoro,
-esporlo a rischi per la salute.

Gli effetti che provoca

Il mobbing è causa di importanti effetti sulla salute del soggetto. Possiamo distinguerli in: effetti tipici del disturbo post-traumatico da stress (fenomeni di iperallerta, pensieri ossessivi, azioni di esitamento, ansia, depressione) e disturbi dell’adattamento (che sono gli stessi fenomeni ma in forma minore o più lieve).

Consigli da dare

I disagi emotivi e fisici del lavoratore mobbizzato lo rende vulnerabile a prendere decisioni sbagliate. Per affrontare al meglio la situazione si
suggerisce di:
1) rafforzare se stessi e documentarsi per avere una maggior consapevolezza della propria situazione,
2) raccogliere le informazioni,
3) cercare degli alleati.

I disagi che accompagnano questo fenomeno possono anche sommarsi a delle sofferenze personali preesistenti, in entrambi i casi la prevenzione e la cura dei disturbi che si manifestano sono un elemento determinante della capacità di affrontare una condizione
di mobbing.

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Chi rimborsa la psicoterapia?

By paolo.bartaliniNo Comments

di Federico Zanon

La spesa per affrontare una psicoterapia può essere un aspetto che ostacola l’accesso delle persone alle prestazioni degli psicologi e psicoterapeuti. Ma alcune polizze assicurative per la copertura di spese sanitarie permettono di rimborsarne il costo. Una ricerca ha permesso di trovarne alcune. Ecco una prima parte dei risultati.

Le condizioni di rimborso sono molto variabili, così come i premi di polizza. Senza la pretesa di essere esaustivi, e rinunciando ad una valutazione che tenga conto del premio a carico dell’assicurato, questo articolo presenta una breve rassegna delle principali polizze che offrono rimborsi per la psicoterapia. La valutazione è effettuata soprattutto sulla base della capacità della polizza di coprire la spesa realmente da affrontare per un ordinario percorso di psicoterapia.

Occorre precisare che molti piani di copertura non sono di libera adesione, ma sono riservati ai dipendenti di specifiche aziende e a particolari categorie di lavoratori. Si tratta quindi di polizze sanitarie in convenzione, a cui non è possibile accedere se non si hanno specifici requisiti.

Ecco le prime polizze trovate: 

FASDAC (fondo assistenza sanitaria dirigenti aziende commerciali): da nomenclatore 2012 la polizza rimborsa un massimo di 50 sedute di psicoterapia l’anno, per 35 Euro ciascuna. Valutazione: ottima offerta, che copre buona parte della spesa reale per la psicoterapia.

CASAGIT: la polizza sanitaria integrativa dei giornalisti prevede un rimborso per le spese di psicoterapia di 30 Euro per seduta, per 30 sedute l’anno. Un rimborso globale di 900 Euro, erogabile anche per psicoterapia svolte da uno psicoterapeuta libero professionista. Valutazione: l’offerta è di ottimo livello, perché offre un rimborso compatibile con il costo reale di una psicoterapia.

UNIPOL [Unisalute]: la compagnia offre diverse polizze che prevedono rimborsi per la psicoterapia. Da segnalare la polizza Kasko per i danni conseguenti ad un incidente stradale con colpa, che rimborsa anche sedute di psicoterapia, e le polizze convenzionate per iscritti AUSER (associazione anziani) e UGL (sindacato). Le prestazioni della compagnia sono erogate esclusivamente attraverso una rete di professionisti convenzionati (dentisti, medici, psicoterapeuti), che in cambio di un flusso costante di invii applicano tariffe agevolate. Per la psicoterapia, esiste un accordo nazionale con MoPI (Movimento Psicologi Indipendenti) che prevede una franchigia versata direttamente dal cliente allo psicoterapeuta, e un ulteriore rimborso versato da UNISALUTE ad integrazione, fino a 75 Euro per seduta (fonte: MoPI). Valutazione: è una buona offerta, e si tratta di una forma di rimborso ibrida, con un costo che ricade parzialmente sul cliente. Non è chiaro il numero massimo di sedute rimborsabili.

FISDE (fondi integrativo sanitario gruppo Enel): rimborsa varie prestazioni psicologiche (non solo psicoterapia) per un totale di 520 Euro annui, al valore massimo di 40 Euro a prestazione. Valutazione: buona polizza, sopratutto per la varietà di prestazioni rimborsabili. Il limite di 520 Euro annui risulta basso rispetto ad altre polizze: permette di accedere ad una prestazione al mese da 40 euro.

ASSILT (assistenza sanitaria lavoratori telecom): rimborsa 80 sedute l’anno per un costo non precisato, per due anni consecutivi. Poi occorre attendere tre anni per accedere nuovamente al rimborso per la medesima prestazione. La psicoterapia può essere rimborsata soltanto se prescritta da una struttura pubblica di Neurologia o Neuropsichiatria, ma poi può essere svolta da qualunque psicoterapeuta iscritto ad albo. Allo scadere del primo anno è prevista una relazione da parte del terapeuta. Valutazione: a parte i vincoli di invio, la prestazione offerta è di ottimo livello e copre la reale cadenza e durata di una psicoterapia.

C’è poi chi esclude esplicitamente il rimborso per la psicoterapia, come la polizza FASI (Fondo Assistenza Sanitaria Integrativa per dirigenti di aziende produttrici di beni e servizi), o il Fondo EST (per dipendenti e dirigenti del settore commercio, turismo e affini). Quest’ultimo in particolare rappresenta una parte importante dei lavoratori italiani.

ALL’ESTERO…

In Svizzera, dove l’assicurazione sanitaria ha avuto uno sviluppo importante perché obbligatoria, le polizze offrono una gamma molto ampia di prestazioni, e le psicoterapia generalmente non mancano:

GROUPE MUTUEL: si tratta di un’assicurazione svizzera che offre polizze obbligatorie e complementari. La polizza obbligatoria (per cittadini svizzeri) descrive l’offerta in questo modo:  “Bisogna distinguere fra i trattamenti effettuati dai medici e quelli effettuati dagli psicologi. Se la psicoterapia è ad opera di un medico psichiatra o di uno psicoterapeuta delegato che lavora sotto la responsabilità di un medico, l’assicurazione obbligatoria delle cure medico-sanitarie copre i costi per un massimo di 10 sedute. Queste prestazioni sono suscettibili di partecipazione ai costi (franchigia e/o quota-parte del 10%). In caso di necessità medica, la copertura include sedute supplementari. Quando invece la psicoterapia è ad opera di uno psicologo indipendente, non è prevista alcuna partecipazione da parte dell’assicurazione obbligatoria delle cure medico-sanitarie.” Valutazione: per essere una polizza obbligatoria offre prestazioni interessanti, specie se paragonate all’offerta del servizio pubblico italiano. Tuttavia, i costi per la psicoterapia svolta con liberi professionisti non è rimborsabile e 10 sedute sono un limite importante.

CSS: offre diverse polizze, con premi e prestazioni differenziate. Ma il rimborso per la psicoterapia è pressoché costante: 40 Franchi Svizzeri per seduta (circa 30-35 euro), per un massimo di 20 sedute l’anno. Valutazione: certamente non copre l’effettiva spesa per una psicoterapia, ma se si considera che la prestazione è presente in quasi tutte le polizze offerte la valutazione è positiva.

La ricerca su questo tema continuerà. Nel frattempo, potete segnalarmi compagnie o polizze di vostra conoscenza che forniscano copertura per le spese di psicoterapia.

. L’interesse dimostrato ha portato a questo secondo articolo, in cui vorrei offrire aggiornamenti sulla situazione e interessanti suggerimenti dettati dall’esperienza dei colleghi.

Ecco in sintesi gli argomenti di cui parlerò:

  1. Le novità sulle polizze che includono la psicoterapia che ogni cittadino può stipulare
  2. Le polizze dedicate a categorie di lavoratori
  3. Suggerimenti su come usare e non usare queste informazioni
  4. L’uso delle polizze per coprire la psicoterapia didattica
  5. E infine, chi proprio non ne vuol sapere di psicologia e psicoterapia

 

(1)

Le polizze aperte a tutti.

 

Una prima, significativa novità riguarda UNISALUTE di UNIPOL. Una delle più grandi compagnie assicurative operanti in Italia offre prestazioni psicologiche di buon livello, ma solo nella Polizza Kasko e solo in seguito ad incidente stradale grave, che abbia provocato la morte di una persona oppure gravi lesioni fisiche dell’assicurato o dei familiari.
In questi due casi, dopo una prima valutazione a domicilio da parte di uno degli psicoterapeuti convenzionati con UNIPOL, potranno essere offerte prestazione per 6 o 12 mesi, mirate alla risoluzione del disturbo post-traumatico. Le prestazioni sono assicurate presso lo studio professionale dello psicoterapeuta per un massimo di 15 sedute se l’incidente ha provocato gravi lesioni a persona diversa dall’assicurato o dai suoi familiari.
Costo per l’assistito: ridotto, sono 39 Euro/anno la polizza generica. Vanno però considerate le diverse personalizzazioni possibili, che inevitabilmente fanno lievitare il prezzo.
Pregi: riconosce la centralità delle conseguenze psichiche del trauma stradale e offre una prestazione che pare complessivamente adeguata. Il prezzo è interessante.
Difetti: offre una copertura per le cure psicologiche limitata agli esiti di trauma stradale grave.

 

La seconda segnalazione importante è per WORLD WIDE CARE di ALLIANZ. Si tratta di una polizza pensata soprattutto per chi vive all’estero o si sposta spesso per lavoro, e quindi necessita di una copertura sanitaria anche per le spese sanitarie in paesi diversi dall’Italia.
La polizza ha 4 piani di base. Tutti coprono i costi per la psicoterapia e le spese psichiatriche solo in regime di ricovero o day hospital, ma basta aggiungere un piano integrativo per ottenere la copertura di 30 sedute di psicoterapia all’anno.
Costo per l’assistito: Con la combinazione Premier Individual + Gold Individual, al costo di 3500 Euro/anno è possibile ottenere la copertura per 30 sedute, con un controvalore di prestazioni che può andare dai 1500 ai 3000 euro. Con la combinazione Essential Individuale + Silver Individuale, al costo di 2500 Euro/annui è possibile ottenere un rimborso per 20 sedute di psicoterapia.
PREGI & DIFETTI: La qualità della polizza è molto alta in termini di prestazioni coperte, e i prezzi si adeguano di conseguenza. Occorre però molta attenzione al cosiddetto periodo di carenza a cui alcune prestazioni, fra cui le cure psicologiche e psicoterapiche, sono soggette. Si tratta di una clausola contrattuale per cui occorre essere assicurati da almeno 18 mesi prima di poter accedere al rimborso di alcune prestazioni. Un meccanismo cautelativo per evitare esborsi eccessivi da parte delle compagnie.

 

(2)

Le polizze riservate a specifiche categorie di lavoratori.

 

In questo caso, lo psicologo o psicoterapeuta può usare le informazioni che seguono per orientare la propria pubblicità ad un target specifico di lavoratori. Si passa così dall’ottica tradizionale di una promozione basata sugli ambiti di intervento (coppia, adulti, disturbi d’ansia, etc.) ad un’ottica basata sulle potenzialità di acquisto.

 

Ecco allora un aggiornamento delle categorie di lavoratori che beneficiano di una copertura per le spese di psicoterapia, verso cui è possibile rivolgersi per una promozione targettizzata:
  • Giornalisti iscritti alla cassa previdenziale INPGI, che abbiano stipulato la polizza integrativa CASAGIT.
  • Dipendenti della Banca d’Italia attraverso la CASPIE (Cassa di Assistenza Sanitaria tra il Personale dell’Istituto di Emissione).
  • Dipendenti del Gruppo ENEL, attraverso il FISDE (Fondo Integrativo Sanitario Dipendenti ENEL)
  • Dipendenti Telecom, attraverso ASSILT (Associazione per assistenza sanitaria integrativa delle aziende gruppo Telecom): si conferma un’ottima polizza, che copre nel dettaglio i testi di livello e di personalità, la psicoterapia fino a 35,00 Euro/seduta per 80 sedute l’anno, a cui si aggiunge la copertura per il trattamento residenziale delle dipendenze. Quest’ultimo è un plus che mi è particolarmente caro, perché è il mio settore professionale.
Molti colleghi mi segnalano che non è più attiva la convenzione MoPI-Unipol, che avevo incluso nel mio primo articolo. Unipol in effetti non ne fa menzione nel proprio sito.

 

(3)

I suggerimenti più interessanti dall’esperienza dei colleghi che mi hanno scritto.

 

Piccolo vademecum Fare/Non fare per l’uso delle informazioni che ho fornito nel mio articolo:

 

Non è utile rivolgersi direttamente alle compagnie assicurative ed offrirsi per forme di convenzione: di solito, se si organizzano convenzioni è la compagnia a muoversi per cercare professionisti, e generalmente si rivolge a strutture consolidate (case di cura, ospedali provati, grandi poliambulatori, etc.), dove può facilmente trovare una rosa di prestazioni in unica soluzione.

 

E’ utile sondare il proprio territorio alla ricerca di enti o aziende che offrono ai propri dipendenti una polizza a copertura della psicoterapia, e impostare un’azione di marketing molto focalizzata. Questo non significa, come mi ha scritto una collega, distribuire personalmente la propria brochure all’uscita: lei che si occupa di bambini ha scelto un gadget (6 matite colorate) con un claim molto semplice e l’indirizzo del proprio sito stampati sopra. E ovviamente ha ingaggiato una persona per distribuire il materiale.

 

E’ utile informare il paziente che potrebbe avere una polizza a copertura della psicoterapia. Spesso arrivano nei nostri studi persone interamente assorbite dai propri stati d’animo e aspettative, e dopo mesi scoprono casualmente di avere una parziale o totale copertura per la psicoterapia, magari perché si sono confidate con la collega di lavoro. Una psicologa mi ha scritto raccontandomi che una paziente le ha fatto rifare le parcelle, per adeguarle alle condizioni dettate dalla polizza!

 

Non è utile offrirsi direttamente alle aziende i cui dipendenti beneficiano di polizze, prima di tutto perché non è l’azienda a offrirla direttamente (di solito è una fondazione o un ente solidaristico, che acquistano le polizze “all’ingrosso” dalle compagnie), e poi perché nessuno può fornirvi dati personali sui lavoratori.

 

Non è utile cercare convenzioni in cui accreditarsi, con l’idea di ricevere invii: se esiste una copertura per la psicoterapia, generalmente copre le prestazioni di qualunque professionista abilitato e iscritto all’albo. Se esistono convenzioni, sono le compagnie a muoversi: UNIPOL ha una rete di professionisti convenzionati, ma c’è una ragione precisa ed è l’expertise nel campo dei disturbi post-traumatici.

 

(4)

L’uso del rimborso per coprire le spese per la psicoterapia didattica.

 

Questo tema, molto caro ai colleghi che mi hanno scritto, mette a nudo un problema importante della nostra professione: la necessità formativa di compiere un percorso di psicoterapia, in una fase di vita in cui è difficile coprirne i costi.

Quello che posso dire in merito è che nessuna polizza è concepita per andare in perdita. Partendo da questo presupposto, le compagnie tendono ad escludere spese, come quelle dentistiche o psicoterapiche, che non sono percepite come essenziali per la vita e la salute delle persone e che possono dar luogo ad esborsi economici importanti rispetto al premio pagato dall’assicurato.

Partire dal presupposto di stipulare una polizza per coprire le proprie spese di psicoterapia didattica può rivelarsi sbagliato dal punto di vista economico: il costo per la polizza potrebbe superare le spese di psicoterapia, oppure la compagnia potrebbe non voler rinnovare il contratto con noi l’anno successivo. Naturalmente, se si è nelle condizioni di appartenere ad una delle categorie di lavoratori che dispone di polizze speciali (dipendenti di banca, giornalisti CASAGIT, etc.) e al contempo di è in formazione psicoterapica, nulla vieta di usare con profitto la copertura assicurativa.

Su questo punto, così sentito fra colleghi, si dovrebbe forse promuovere un discorso solidaristico all’interno della categoria.

(5)

E infine, chi proprio non ne vuol sapere di psicologia e psicoterapia.
Alcune compagnie assicurative escludono esplicitamente le cure psicoterapiche e le cure in conseguenza di disturbi psichiatrici o mentali, anche nevrotici. L’esclusione è messa nero su bianco nel contratto.
Di solito si tratta di polizze che dedicano maggiore attenzione ad altri aspetti della copertura sanitaria, come i ricoveri, gli interventi chirurgici o gli indennizzi per perdite funzionali. Eccone alcune delle polizze che escludono esplicitamente la copertura:
  • PROTEZIONE SALUTE di AXA
  • ASSISANITARIA del gruppo STEFFANO
  • EURA SALUTE di EUROPE ASSISTANCE
  • SARAMEDICAL di SARA ASSICURAZIONI
  • DETTOFATTO SALUTE di ASSICURAZIONI GENERALI
  • POLIZZA SANITARIA INTEGRATIVA offerta dalla CASSA NAZIONALE COMMERCIALISTI

Concludo dicendo che la ricerca su questo tema non è stata facile. L’abitudine delle compagnie assicurative di privilegiare la pubblicità all’informazione ha reso laboriosa la ricerca dei dati concreti sulle polizze. Spero che il distillato che ne è uscito valga il tempo speso.

 di Federico Zanon
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Benessere

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La psicoterapia mira a riattivare le risorse che ogni individuo ha, e che per motivi diversi, durante la vita, possono risultare inattive.

Fondamentale risulta il concetto di benessere. Benessere significa, prima di tutto, prendere il TEMPO, anche mezz’ora al giorno, per sé stessi.

E’ un modo di darsi una carezza che può cambiare il gusto dell’intera giornata. Benessere significa prendere il proprio SPAZIO.

La propria camera, il proprio laboratorio creativo, un pomeriggio al mare con un romanzo che fa sognare. Laddove necessario, questo spazio può trovarsi, nello studio del terapeuta. Luogo di accoglienza, di ascolto e di scambio umano autentico.

Tutte dimensioni, che nell’epoca del virtuale e della crescita tecnologica esponenziale, sono tutt’altro che scontate.

Benessere significa ascoltare sè stessi… Quei “piccoli desideri” da realizzare, e che troppo spesso vengono ignorati, regalano colore alla vita.

 

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Rivedere cose già viste

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Ecco perche’ ci piace rivedere piu’ volte un film

(AGI) – Washington, 4 giu. – La quasi totalita’ delle persone rivede piu’ volte lo stesso film, ascolta piu’ volte la stessa canzone e va in vacanza sempre nello stesso posto, perche’ da questi comportamenti reiterati si soddisfano diverse necessita’ psicologiche. Il fenomeno e’ stato analizzato da Cristel Russell, professore di marketing alla American University di Washington, che lo ha chiamato ‘re-consumption’, ‘fruizione ripetuta’.

I dettagli della sua ricerca saranno pubblicati nel numero di agosto di Journal of Consumer Research, ma i risultati preliminari sono gia’ disponibili. Il consumo reiterato di un’opera musicale o cinematografica si motiva con la garanzia dei risultati di azioni ripetute e la soddisfazione delle repliche deriva da una migliore visione. Inoltre, le persone continuano a guardare con interesse anche film gia’ visti nella prospettiva di riscoprire piccoli dettagli che potrebbero aver dimenticato. “I comportamenti basati sul re-consumption ‘soddisfano’ cinque necessita’: regressiva, progressiva, ricostruttiva, relazionale e riflessiva”, ha detto la Russell. Lo stesso vale per la rilettura dei libri e il ritorno nelle solite localita’ di vacanza: secondo la ricercatrice la ragione e’ molto piu’ complessa della semplice nostalgia. Le motivazioni per cui le persone si prendono del tempo libero per ripetere sempre la stessa attivita’ sono “profonde e toccanti”, ha detto la ricercatrice, che ha condotto lo studio insieme a Sidney Levy. Naturalmente, dietro il reconsumption si celano anche risvolti economici.

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Il cervello dei depressi non stacca mai la spina

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Niente pause e stand-by per chi è depresso. Il cervello non riesce mai a staccare la spina e a entrare in una fase di riposo e calma interiore. Ricercatori viennesi hanno scoperto perché questo accade: è un difetto nel meccanismo di distribuzione della serotonina a mettere i bastoni tra le ruote.

Chi soffre di depressione e ansia è vittima di uno stato continuo di tensione. Lo studio, pubblicato su Pnas (Proceedings of the National Academy of Sciences) ha svelato questo ulteriore segreto del cervello umano: quando non c’è niente da fare, e in condizioni normali, si attiva quello che viene definito “default mode network”, una complessa interazione tra reti neurali che corrisponde alla fase di “stand by” di computer ed elettrodomestici. Questo meccanismo consente il rilassamento interiore e apre la strada alla divagazione e ai sogni a occhi aperti, gli stessi “sintomi” di uno studente che guarda fuori dalla finestra.

Per chi è affetto da sindrome depressive e ansiose questo “blocco delle attività” nervose non arriva mai: colpa a quanto pare, secondo quanto scoperto dai ricercatori dell’Università di Vienna guidati da Siegfred Kasper, di un difetto del recettore 1 A della serotonina, l’ormone del buon umore. L’obiettivo del recettore è quello di spegnere l’interruttore dell’attività cerebrale principale, consentendo al cervello di entrare in una fase di quiete produttiva, utile probabilmente a conservare le energie cerebrali e a ripulire i collegamenti nervosi da un eccesso di comunicazioni. O almeno è quanto sperano adesso di ricostruire i ricercatori, che in questo modo auspicano di trovare soluzioni terapeutiche efficaci per chi soffre di depressione.

di Cosimo Colasanto (02/03/2012)

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Depressione: 6 sintomi insospettabili

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Cado in depressione. Ho l’apatia. Mi sento depresso. Questa cosa mi deprime. Chissà quante volte, durante la giornata, ci capita di usare espressioni come queste… Nella stragrande maggioranza dei casi, lo facciamo a sproposito. La parola depressione, infatti, ha tante facce: può descrivere malesseri più o meno lievi, ma anche situazioni diverse come affaticamento, stress o tristezza legata magari a un fatto spiacevole. La depressione vera e propria, il disturbo mentale che secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, entro il 2020, diventerà la seconda causa di invalidità nei Paesi occidentali dopo le malattie cardiovascolari, è qualcosa di ben preciso.

La depressione ha 4 volti

Secondo il professor Nicola Lalli, psichiatra e psicoterapeuta, già professore associato di Psichiatria e Psicoterapia presso l’Università “La Sapienza” di Roma, esistono quattro tipi diversi di depressione.

La depressione reattiva, causata da eventi traumatici: perdite affettive, difficoltà economiche e sul lavoro.

La depressione nevrotica, dovuta al carattere che rende alcune persone ipersensibili a stress e frustrazioni: chi ne soffre tende a colpevolizzare gli altri.

La depressione maggiore o endogena, in cui l’individuo di solito si colpevolizza.

La depressione mascherata, difficile da diagnosticare perché si manifesta con malesseri fisici vari.

I sintomi inequivocabili della depressione

La depressione, in tutti i suoi volti possibili, ha una serie di sintomi inequivocabili.

Ecco i principali, secondo gli esperti della Mayo Clinic, una delle più prestigiose e autorevoli strutture sanitarie ospedaliere degli Usa. Alcuni di questi ci sono abbastanza familiari e anche facilmente collegabili alla depressione; altri, invece, sono decisamente sorprendenti Cominciamo da quelli più evidenti.

Tristezza o comunque infelicità diffusa.

Irritabilità o frustrazione, anche per questioni apparentemente senza importanza.

Perdita di interesse nelle attività consuete e quotidiane.

Diminuzione dell’interesse per il sesso.

Insonnia o sonno eccessivo.

Distrazione, difficoltà di concentrazione, indecisione.

Indolenza, apatia: anche le incombenze di poco conto risultano faticose.

Pensieri di morte o suicidio.

Crisi di pianto senza motivo preciso.

Senso di colpa, inadeguatezza, rimorso per fatti passati.

I sintomi della depressione che non ti aspetti

E poi ci sono quei segnali che in apparenza non verrebbe mai da collegare alla depressione. Vediamone alcuni dei più “insospettabili”:

Più peso: la depressione sciupa lo spirito, ma fa ingrassare il corpo. Al contrario di quanto si possa immaginare, il depresso non è affatto sempre e soltanto magro e smunto, ma al contrario può essere anche ben in carne.

Più appetito: il depresso ha spesso molta fame, a qualunque ora del giorno. Un team di scienziati dello University of Texas Southwestern Medical Center (Usa) ha scoperto come tutto dipenda da una sostanza chimica prodotta nel cervello e nello stomaco, la grelina, un potentissimo stimolante dell’appetito i cui livelli aumentano prima dei pasti e in associazione con il senso di fame.

La grelina cerca di tirare su il morale, ma fa anche provare piu appetito e cercare cibi “consolatori” come il gelato e la cioccolata.

Lentezza: il depresso pensa, agisce e parla lentamente. Come se tutto dipendesse da profondità d’animo. In realtà, a causa di un fortissimo disagio interiore.

Mal di schiena: dietro una lombalgia apparentemente inspiegabile, perché magari non si è mai sofferto di problemi simili, potrebbe nascondersi un principio di depressione.

Mal di testa: anche un’emicrania in chi prima non aveva mai avuto cefalee, potrebbe essere un segnale da non sottovalutare di un inizio di depressione.

Asma: secondo uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Heidelberg di Mannheim (in Germania), le persone molto ansiose, una condizione tipica di chi soffre di un principio di depressione, sono tre volte più esposte al rischio di sviluppare l’asma.

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Il disturbo post traumatico da stress

By paolo.bartaliniNo Comments

Il disturbo post traumatico da stress si sviluppa in seguito a forti traumi, come quello del naufragio della Concordia

di Caterina Steri

Da qualche settimana ad oggi si parla tanto dell’incidente della nave da crociera Concordia, evento che ha avuto sicuramente un forte impatto emotivo, non solo nei confronti di chi lo ha subito. Mi viene da pensare alle innumerevoli conseguenze che un incidente del genere possa aver causato: sociali, ambientali, economiche, familiari… Come psicologa, mi è facile supporre che tra queste ce ne siano alcune colpite da conseguenze psicologiche importanti. Tra le tante, il disturbo post traumatico da stress, che scaturisce infatti, in seguito ad eventi stressanti e traumatici quali catastrofi, incidenti e violenze, anche se l’aver vissuto un’esperienza traumatica non genera automaticamente un disturbo del genere. Questo disturbo viene anche chiamato nevrosi da guerra, perché riconosciuto tra le varie conseguenze sui soldati coinvolti nel conflitto bellico in Vietnam.

Per diagnosticarlo occorre che la presenza dei sintomi compromettano il funzionamento sociale e/o lavorativo della persona e che questi possano essere direttamente correlati ad un evento traumatico che abbia causato orrore, paura intensa o senso di impotenza.

Nelle vittime del disturbo post traumatico da stress si manifestano “il continuo rivivere l’evento traumatico, l’evitamento persistente degli stimoli associati con il trauma, la riduzione progressiva della vivacità intellettiva e sensoriale” (DSM IV R).

Vi è poi un innalzamento dei livelli di ansia, depressione, rabbia, insonnia, incubi, difficoltà a concentrarsi.

Penso alle vittime della Concordia, piuttosto che a quelle delle alluvioni dei mesi precedenti, o dei terremoti, mi viene da rivolgermi a loro dicendo che tutti questi sintomi non sono manifestazione di follia, ma naturale conseguenza dei traumi subiti e che possono essere affrontati e risolti insieme all’aiuto di esperti. Il dolore e la paura possono essere affrontati, associando motivazione e convinzione nella possibilità di superarli.

13 febbraio 2012

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